8 Novembre, 2026 Cesenatico

Riccarda Casadei, una donna nel mondo del liscio (quando a dirigere erano gli uomini)

Nel 1952 bastò che una ragazza salisse sul palco a cantare perché il Resto del Carlino parlasse di «scandalo rosa». Lei era Arte Tamburini, aveva diciassette anni e attorno a sé dieci uomini, i musicisti dell’orchestra di Secondo Casadei. 

Riccarda, la figlia del maestro, ricorda quel titolo e oggi confida un desiderio che allora si tenne per sé: le sarebbe piaciuto dirigere l’orchestra. A quei tempi si dava per scontato che a guidarla dovesse essere un uomo. Lei cominciò battendo a macchina le lettere che le dettava il babbo e, quando lui morì, rimase alla segreteria. Da quel posto, dietro le quinte, ha lavorato per anni perché la musica di suo padre arrivasse anche a chi non lo aveva mai sentito suonare.

Riccarda, prima della donna che ha raccolto l’eredità di Secondo Casadei c’è una bambina cresciuta con la musica del babbo. Che bambina era? E quando ha scoperto che il lavoro di suo padre poteva diventare anche il suo?

«Sono del ’41. Quando avevo tre o quattro anni c’era ancora la guerra, eppure io ricordo un’infanzia felice. Il babbo era buono, tenero, sempre sorridente. Anche nei periodi più duri riusciva a farci stare sereni. Nel dopoguerra c’era una gran fame e la mamma ci preparava il pancotto, pane con l’acqua e un po’ d’olio, quando c’era. Io protestavo: “Mamma, ma sempre il pancotto?”. Il babbo ci ricordava che c’era chi non aveva nemmeno quello. Poi faceva finta di portare in tavola un pollo arrosto. “Senti che profumo! A te, Riccarda, la coscia”. Sapeva che era il pezzo che mi piaceva. A mio fratello Piero dava il petto, alla mamma l’ala. A me sembrava di sentire davvero il profumo, perfino di mangiarlo.

Dopo “Romagna mia” il lavoro aumentò a dismisura. L’orchestra cominciò a suonare fuori dalla Romagna, la gente telefonava, arrivavano le lettere. Avevo finito la terza media e frequentavo l’Istituto musicale Corelli a Cesena. Fu allora che il babbo mi “assunse” come segretaria. Lui dettava le lettere e io le battevo a macchina. Mi piaceva così tanto che non mi sembrava neanche di lavorare. E poi c’era la musica che suonavamo insieme. La vigilia di Natale facevamo “Tu scendi dalle stelle”, lui al violino e io al pianoforte. A volte mi riscriveva lo spartito per rendermi più facile suonarlo».

Quando suo padre morì, il 19 novembre 1971, l’orchestra era all’apice del successo. Che cosa significò per lei decidere di andare avanti? E quanto spazio sentiva di avere per fare qualcosa di suo?

«La prima cosa da fare, in assoluto, era mandare avanti l’orchestra. In quel momento era alle stelle e sarebbe stato un peccato fermarsi proprio allora. Per me fu naturale restare alla segreteria. Poi arrivò Raoul e io continuai a occuparmene per tanti anni. È stato un periodo che ho vissuto intensamente, anche se per indole sono sempre rimasta dietro le quinte. A volte mi domando se avrei potuto fare di più. Di sicuro ci ho sempre messo una grande passione. Fare qualcosa di diverso? Non ci ho mai pensato davvero. Quello che c’era da custodire e da tramandare era già un’enormità. C’era già tanto da fare».

Lei ha lavorato a lungo dietro le quinte. In quegli anni, che spazio c’era per una donna sul palco? Ha mai immaginato di salirci per dirigere l’orchestra?

«Vi svelo un segreto. In cuor mio, pur conoscendo tutti i miei limiti, mi sarebbe piaciuto dirigere l’orchestra. Allora si dava per scontato che a guidarla dovesse essere un uomo. Di una donna si pensava che avesse una famiglia da crescere e che il suo posto, dunque, non fosse sul palcoscenico. C’erano anche questioni tecniche che forse avrei fatto fatica ad affrontare. Però, lo ammetto, il pensiero mi ha sfiorata. Chissà come sarebbe andata.

Se penso alle donne nelle orchestre di allora, il primo nome che mi viene in mente è quello di Arte Tamburini. Aveva diciassette anni quando entrò nella nostra orchestra, nel ’52. Ricordo ancora il titolo del Resto del Carlino, che parlava di “scandalo rosa”. Sul palco c’erano dieci uomini e una ragazza che cantava. Bastò questo per fare un gran clamore».

La segreteria era al piano di sotto, in casa. Come si tenevano insieme la vita di famiglia e il lavoro dell’orchestra? E che cosa succedeva quando c’erano migliaia di buste da preparare?

«Sono stata fortunata. La mamma pensava alla casa e io potevo dedicarmi quasi del tutto all’ufficio. Almeno due volte all’anno arrivava il momento delle grandi spedizioni. Mettevamo un tavolo lungo al piano di sotto e preparavamo le buste con la musica da spedire. Erano più di dodicimila. Quando c’era fretta, a quel tavolo venivano a darci una mano anche i vicini e le suore del convento. Tutti, davvero. Oggi la realtà è molto diversa e i riflettori si sono spostati altrove. Ma il mio compito è rimasto lo stesso. Ho sempre voluto far arrivare la musica di mio padre alle nuove generazioni».

Oggi lei invita i giovani a bussare alla porta di Casadei Sonora. Se si presentasse una ragazza con una canzone e il timore di non essere abbastanza brava, che cosa le direbbe? E quale musica vorrebbe sentirsi proporre?

«Le direi di non tirarsi indietro. Il pubblico il talento lo sente, che a cantare sia una donna o un uomo. A questo proposito mi viene in mente un altro episodio con Arte Tamburini. Un giorno chiese al babbo se poteva salire sul palco in minigonna. Mio padre amava le donne, di un amore platonico, e ne apprezzava soprattutto il talento. Basta pensare a quante ne ha ricordate nei titoli dei suoi brani, da “Adriana” a “Zaira” e “Nadia”. Ad Arte rispose che era meglio farsi apprezzare per come cantava. È quello che direi anche a una ragazza di oggi. Il pubblico va incantato con quello che hai dentro.

E sa che cosa mi piacerebbe che qualcuno inventasse? Un melodico romagnolo, come c’è il melodico napoletano. Chissà, magari prima di passare a miglior vita, un Geolier in salsa romagnola sul palco di Sanremo mi farebbe felice».

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