Willy non tornerà più a posarsi sulla mano di Alessio. Non gli salirà sulla spalla, non lo seguirà tra le barche e non volerà sopra di lui mentre nuota nelle acque di Cesenatico. Le ruote di un furgone che viaggiava troppo velocemente hanno spezzato in pochi istanti una vita e una storia capaci di commuovere migliaia di persone (clicca qui).
Willy era il piccolo gabbiano trovato ancora implume su un’imbarcazione da pesca. Rimasto senza mamma, aveva incontrato Alessio Kalfuz, che lo aveva accolto, nutrito e accompagnato verso la libertà. Gli aveva insegnato a conoscere l’acqua e il cielo, senza mai rinchiuderlo e senza trasformare l’amore in possesso.
Proprio per questo la sua morte fa ancora più male. Perché non è stato il mare, non è stata una tempesta e non è stata la dura legge della natura a portarlo via. È stato l’uomo. Ancora una volta la fretta, la velocità e la disattenzione hanno avuto la meglio sulla fragilità di una creatura innocente.
La storia di Willy dimostra quanto l’essere umano sia capace di gesti meravigliosi e, nello stesso tempo, terribilmente incapace di custodire i tesori della natura. Una mano lo aveva salvato; altre mani, strette attorno a un volante, non hanno saputo rallentare.
Resta Alessio, con un vuoto enorme e il ricordo di un’amicizia che sembrava uscita dalle pagine del Gabbiano Jonathan Livingston. Resta il cielo di Cesenatico, improvvisamente un po’ più spento. E resta una domanda severa: che diritto abbiamo di definirci la specie più intelligente, se non sappiamo proteggere neppure la vita che ci attraversa davanti?
Willy aveva imparato a volare e aveva scelto di fidarsi dell’uomo. È l’uomo che, ancora una volta, non è stato degno di quella fiducia.