Un vero test di paternità, simile a quelli utilizzati per risolvere controversie familiari, ma con protagoniste centinaia di piccolissime anguille. È la singolare ricerca condotta nei Laboratori di Acquacoltura e Igiene delle Produzioni Ittiche dell’Università di Bologna, con sede a Cesenatico, per comprendere alcuni dei segreti riproduttivi di una delle specie più misteriose e minacciate dei nostri mari.
Lo studio è contenuto nella tesi magistrale in Biologia marina discussa nel 2016 da Jacopo Grana, con relatrice Ilaria Guarniero e correlatore Oliviero Mordenti. Il punto di partenza erano sette riproduzioni ottenute durante l’estate del 2015 in ambiente controllato. In ciascuna vasca erano presenti una sola femmina e tre o quattro maschi, precedentemente sottoposti a stimolazione ormonale per favorirne maturazione e fertilità.
Una volta avvenuta la deposizione, i ricercatori si trovarono davanti al problema: quale maschio aveva fecondato le uova? E, soprattutto, era possibile che la stessa covata avesse più padri?
Per scoprirlo furono prelevate casualmente e genotipizzate circa 40 larve per ciascuna delle sette riproduzioni. Il loro patrimonio genetico venne confrontato con quello degli adulti attraverso nove loci microsatelliti, brevi sequenze del Dna particolarmente utili per riconoscere le relazioni di parentela. L’attribuzione della paternità raggiunse un livello medio di confidenza dell’89%.

Il risultato ha rivelato una situazione degna di un piccolo giallo biologico. Più maschi erano riusciti a fecondare gli ovociti prodotti dalla medesima femmina: le larve di una singola deposizione potevano quindi essere sorellastre, nate dalla stessa madre ma da padri differenti. La partecipazione, tuttavia, non risultava equilibrata. Generalmente un maschio tendeva a prevalere sugli altri, arrivando da solo a generare più del 50% della prole. Una sorta di gerarchia riproduttiva che, pur in presenza di diversi aspiranti padri, assegnava a uno di loro un ruolo dominante.
L’analisi dimostrò inoltre che alcuni maschi erano capaci di partecipare con successo a più di una riproduzione. Un elemento importante per mettere a punto protocolli di allevamento e conservazione della specie, perché consente di capire come utilizzare i riproduttori senza ridurre eccessivamente la diversità genetica.
Dietro la curiosità del “test di paternità” si nasconde infatti un problema ambientale serio. L’anguilla europea è considerata una specie gravemente minacciata e il suo reclutamento, cioè l’arrivo dei giovani esemplari nelle acque continentali, ha registrato un crollo drammatico. Sovrasfruttamento, perdita degli habitat, urbanizzazione delle coste e ostacoli lungo i corsi d’acqua ne hanno compromesso la sopravvivenza.
Quello realizzato a Cesenatico era uno studio pilota, ma ha aperto una finestra su comportamenti riproduttivi ancora poco conosciuti. E ha dimostrato che, persino dentro una vasca, la vita sentimentale delle anguille può essere molto più complicata di quanto sembri.