Quando gli austriaci arrivarono a Cesenatico, Garibaldi era già in mare da almeno due ore. La preda più ricercata della Romagna pontificia era sfuggita, imbarcandosi con i suoi uomini nelle primissime ore del 2 agosto 1849. Dietro quella fuga non vi furono soltanto la rapidità della colonna e l’aiuto di guide e popolazione. Ci fu anche il “gioco pericoloso” di due funzionari incaricati di collaborare alla cattura: il governatore di Savignano, Giulio Cesare Ceccarelli, e quello di Cesena, Massimino Morosi.
A ricostruire la vicenda fu Romolo Comandini in un saggio postumo pubblicato su “Studi Romagnoli” nel 1969. Morosi, avvocato nato a Saludecio nel 1786, era tutt’altro che estraneo alla politica. Carbonaro e liberale, era stato coinvolto nel processo del cardinale Agostino Rivarola contro gli oppositori dello Stato pontificio. Nel 1825 era stato condannato a dieci anni in fortezza. Un successivo procedimento del Sant’Uffizio, concluso in maniera insolitamente benevola, gli aveva però risparmiato il carcere duro, assegnandogli Pesaro come luogo di semilibertà.
Nel 1848 il vecchio compagno di prigionia Eduardo Fabbri, divenuto ministro dell’Interno di Pio IX, lo scelse come governatore di Cesena. In una lettera disse di sperare di avere fatto alla città “un regaletto”. Morosi rimase al proprio posto durante il crollo del governo pontificio, la Repubblica Romana e perfino dopo l’ingresso degli austriaci a Cesena, il 20 maggio 1849. Non fu rimosso e quella scelta si trasformò presto in un errore.
Dopo la caduta della Repubblica Romana, Garibaldi puntò verso nord con i superstiti della sua legione. Gli austriaci tentarono di chiudergli ogni passaggio, presidiando soprattutto la via Emilia. Il tratto più rischioso era quello di San Giovanni in Compito, dove le pattuglie attendevano la colonna. Eppure Garibaldi attraversò la strada consolare senza essere intercettato e proseguì verso il mare.
Secondo Comandini, Morosi e Ceccarelli conoscevano bene i movimenti dei garibaldini, ma informarono in ritardo i comandi austriaci. Fingendo di ignorare l’obbligo di avvertire direttamente i generali incaricati della cattura, trasmisero le notizie al delegato pontificio di Forlì. Il tempo guadagnato fu decisivo. Aiutato dalle guide locali, Garibaldi raggiunse Cesenatico e prese il largo prima che il dispositivo militare potesse chiudersi su di lui.
Soltanto a fuga compiuta il presidente municipale di Cesenatico, indicato nel saggio con il cognome Gusella, inviò a Morosi un rapporto dettagliato. Per gli austriaci il quadro divenne evidente: avere lasciato al governo di Cesena un antico carbonaro era stata un’imprudenza clamorosa. Morosi fu destituito l’8 agosto, lo stesso giorno della fucilazione di Ugo Bassi, ufficialmente per avere consentito la permanenza della Guardia nazionale. Ma Comandini individua la vera ragione nel mancato arresto di Garibaldi. Pochi giorni dopo arrivò anche il carcere.
La ritirata da Roma a Cesenatico conserva così la figura quasi dimenticata di un funzionario che usò ritardi e silenzi come armi. Morosi non combatté al fianco del Generale e non salì sulle barche partite dal porto. Gli bastò fare arrivare le informazioni quando ormai non servivano più.