Anni di tentativi, errori, delusioni e battaglie quotidiane. È la storia raccontata da T. M., residente a Savignano, che oggi sceglie di denunciare pubblicamente quella che definisce una cattiva gestione dell’ADHD (disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) da parte di alcuni soggetti del sistema sanitario locale.
Suo figlio A., oggi 38enne, ha ricevuto una diagnosi di ADHD quando aveva appena quattro anni, durante l’infanzia trascorsa in Svizzera. “Abbiamo fatto tutto il possibile, dalla psicoterapia ai percorsi mirati”, racconta la madre. Un cammino che sembrava avviato nella direzione giusta, almeno fino alla maggiore età, quando un aneurisma che colpì il padre segnò una frattura profonda negli equilibri familiari.
“Ha avuto un crollo psicologico improvviso che lo ha portato alla depressione, poi ai problemi sul lavoro e a una crescente difficoltà di adattamento in una società che lo ha emarginato perché considerato ‘non normale’”, spiega T. Col tempo, alle difficoltà legate all’ADHD si sono aggiunti insonnia cronica, frustrazione e isolamento.
“Mio figlio non ha mai bevuto, non si è mai drogato ed era molto legato alla religione”, prosegue la madre. “Poi ha scoperto che la birra lo aiutava a dormire”. Da lì, racconta, è iniziata una spirale pericolosa: prima l’alcol, poi anche la ludopatia.
Le conseguenze diventano sempre più pesanti, fino all’ingresso nei percorsi del Sert. “Ho spiegato da subito tutta la sua storia, certificazioni comprese, perché non venisse trattato come un semplice alcolista. Ma mi sentivo rispondere sempre la stessa cosa: beve, quindi è alcolista, e noi lo curiamo come tale”. Una lettura che, secondo la donna, ignorava completamente l’origine del problema. “Doveva essere preso in carico dal Csm, perché è lì che si cura la patologia”.
Le sue richieste, però, restano a lungo inascoltate e la situazione precipita. “A. è andato fuori controllo – ricorda – e, su indicazione dei carabinieri, ho dovuto denunciarlo per ottenere un’amministrazione di sostegno”.
Il percorso standard per le dipendenze porta il figlio anche in comunità. Nel 2020 riesce ad abbandonare definitivamente l’alcol, ma attraversa una fase durissima. “È stato bullizzato ed è peggiorato fino a tentare il suicidio”.
“Non mi sono arresa”, racconta T. “Mi sono rivolta a un avvocato”. Grazie a una serie di comunicazioni formali, riesce a ottenere il passaggio dal Sert al Csm. Ma anche lì, sostiene, la situazione non cambia davvero. “Gli venivano prescritti gli stessi farmaci”.
Determinata a trovare una soluzione, la madre si rivolge allora all’Associazione nazionale ADHD, che le segnala uno specialista a Rimini. Anche questo tentativo, però, si rivela deludente. “Dopo quattro incontri mi disse che mio figlio era soltanto un alcolista e un ludopatico, e che non aveva l’ADHD”.
A quel punto decide di cercare altrove. Si reca a Firenze, in un centro specializzato, dove il figlio viene sottoposto a test approfonditi. “Dopo mezza giornata di valutazioni, il professor Pallanti ci ha detto chiaramente che si trattava di un ADHD molto grave”.
Secondo quanto riferisce la madre, proprio a Firenze emerge anche un altro elemento decisivo: i farmaci assunti fino a quel momento avrebbero provocato soltanto effetti avversi, senza affrontare la patologia in modo adeguato. La svolta arriva con l’introduzione dello Strattera (un farmaco). “Ha iniziato finalmente a stare meglio”, racconta.
Per alcuni anni il quadro migliora sensibilmente: A. smette di bere, abbandona il gioco e ritrova un equilibrio. Ma il percorso resta fragile. “Ogni sei mesi era una lotta per ottenere la ricetta, perché il medico poteva anche non farsi trovare per dieci giorni”.
Poi, nel 2023, arriva una nuova battuta d’arresto. “Da Rimini ci è stato detto che quel farmaco non si poteva più avere”. Per la famiglia significa ripiombare nell’incubo. “Siamo tornati all’inferno”.
Le terapie alternative proposte, racconta T., si rivelano devastanti. “Nel giro di un mese era irriconoscibile: piangeva, non usciva di casa e soffriva di un’ansia sociale fortissima”. La madre torna così a Firenze per un nuovo consulto. “Il professore ci ha detto chiaramente che lui ha bisogno di quel farmaco”.
Ed è proprio in quel momento che emerge un’ulteriore contraddizione, destinata ad alimentare la rabbia della famiglia. “Ci è stato detto che quel medicinale viene prescritto e reperito in Campania, in Toscana e perfino qui in Emilia-Romagna”. Una discrepanza che spinge T. a cercare spiegazioni, scontrandosi ancora una volta con il silenzio. “Ho chiamato il medico di Rimini per dieci giorni consecutivi, ma non ha mai risposto”.
Neppure l’associazione a cui si era affidata riesce a offrire una soluzione concreta. “Hanno ammesso di ricevere moltissime lamentele, ma finché nessuno fa rumore la situazione resta questa”.
Da qui la decisione di andare fino in fondo. “Ho dato mandato al mio avvocato di inviare Pec a tutti, compresa l’associazione, perché non è possibile che si sappia e non si faccia nulla”.
Le sue parole diventano ancora più dure quando parla del sistema nel suo complesso. “Qui si gioca con la salute dei ragazzi, come se fosse un gioco”. Ma alla rabbia si accompagna anche una richiesta precisa di cambiamento, nata da anni di esperienza diretta. “Se io non ci fossi stata, probabilmente mio figlio non ce l’avrebbe fatta”.
Oggi, racconta, la situazione è migliorata rispetto al passato, ma resta ancora lontana da una vera stabilità. “Sta abbastanza bene, ma non come potrebbe stare con lo Strattera, che tornerà ad assumere nei prossimi giorni”.
Dopo la diffida formale dell’avvocato, infatti, una risposta è finalmente arrivata. “Abbiamo pieno accesso al piano terapeutico e siamo in attesa del farmaco dall’estero. Ma dopo venti giorni di silenzio non ho alcuna intenzione di fermarmi qui”.
La battaglia di T., oggi, non riguarda soltanto suo figlio. “Non voglio aiutare solo lui”, conclude. “Se posso fare rumore per aiutare anche altri ragazzi come lui, allora ne vale la pena”.