La riflessione di Simone Tribuiani sul Palio della Cuccagna del 2 agosto pone una questione che merita attenzione. Non riguarda la bravura dei concorrenti, né tantomeno la cervese Rita Siroli, protagonista di una prestazione straordinaria e capace di conquistare il pubblico. Il punto è un altro: che cosa vogliamo che continui ad essere il Palio di Garibaldi?
Quella del 2 agosto non è una competizione qualsiasi. È, prima di tutto, il Palio di Cesenatico, inserito nella festa dedicata a Garibaldi e costruito storicamente sulla rivalità, sana e goliardica, fra i rioni della città. Villalta contro Sala, Ponente contro Valona, Cannucceto contro Madonnina e così via. “È proprio questa appartenenza – sottolinea Tribuiani – a regalare alla sfida un sapore particolare”.
Se invece si imbocca la strada del reclutamento dei migliori specialisti, indipendentemente dalla loro provenienza, il rischio è di trasformare progressivamente il Palio in una sorta di campionato per squadre, dove ogni rione va alla ricerca del proprio “fuoriclasse”. Una specie di calciomercato della cuccagna. Divertente, forse. Ma molto diverso dalla tradizione.
E non si tratta di alzare muri. Cesenatico – ricorda sempre Tribuiani – “possiede già una manifestazione perfetta per mettere a confronto i migliori cuccagnotti senza confini territoriali: il Palio della Cuccagna dell’Adriatico di luglio, aperto anche alle squadre provenienti da fuori”.
Le due manifestazioni possono e forse devono conservare anime differenti: una aperta, competitiva e spettacolare; l’altra profondamente cesenaticense, fatta di quartieri, appartenenza e campanile.
Perché le tradizioni possono certamente evolversi. Ma se, nel tentativo di rendere lo spettacolo sempre più competitivo, ne cancelliamo le caratteristiche originarie, rischiamo di conservare il nome del Palio perdendone, poco alla volta, l’anima.
Le parole di Simone Tribuiani
