Una chitarra che custodisce l’inizio di tutto: è quella del padre, maestro di chitarra, che da bambino suonava davanti a lui per riempire i pomeriggi. Poi il padre se ne va, mentre quella chitarra rimane lì. Gabriele Negro, oggi conosciuto artisticamente come Maledetto, la prende in mano e, quasi senza accorgersene, comincia a raccogliere un’eredità che oggi rappresenta molto più di qualsiasi strumento musicale.
“Sentivo il desiderio di esprimermi in qualche modo, anche se non riuscivo a capire quale”. Aveva appena nove anni quando iniziò un corso di chitarra nella parrocchia di Sala – “quasi da infiltrato” – seguendo la cugina. Nel 2006, a dieci anni, arrivò invece la prima domenica in cui suonò in chiesa. “Piangevo dall’ansia. Dalle 10:30 alle 10:45 un pianto enorme, scrosciante”. Quella paura, però, non lo fermò affatto.


Da allora la musica è rimasta, anche quando sembrava essere davvero finita. Le superiori, gli amici, gli impegni la portarono sullo sfondo. Poi arrivò il Covid e la chitarra tornò tra le mani. E con lei una consapevolezza nuova: suonare non gli bastava più. Gabriele iniziò così a studiare pianoforte e canto, prima a Cesenatico e poi con la sua attuale insegnante, Clarissa Vichi, a Pesaro.
La passione, intanto, si trasformava in qualcosa di più. Arrivò la scrittura, inizialmente fatta di testi che oggi lui stesso definisce “bruttissimi”. Poi gli incontri che insegnano a crescere: prima Valter Sacripanti, batterista e produttore con una lunga esperienza al fianco di grandi artisti italiani, quindi Paolo Campidelli e Luca Bandinelli dello Studio85 di Santarcangelo, dove oggi prendono vita le sue produzioni.


Ma il percorso, naturalmente, è fatto anche di errori. Di canzoni che sembravano bellissime e poi, riascoltate, non convincevano più. Di produzioni da rifare e di quella capacità, non scontata, di ammettere: “Ho sbagliato, ora ricominciamo”. È proprio da lì che, forse, nasce davvero Maledetto.
Un nome d’arte scelto pensando ai poeti maledetti, a chi ha sempre scritto senza mai sentirsi riconosciuto. Ma anche per raccontare una doppia anima: da una parte il ragazzo che da anni suona puntualmente la chitarra in chiesa; dall’altra, come dice lui stesso, l’artista che può indossare pelle, ascoltare heavy metal e sperimentare sonorità completamente diverse. “Posso essere chi voglio, quando e come voglio”, spiega col sorriso.
E soprattutto può raccontare quello che prova. Perché per lui una canzone non nasce a comando, ma quando qualcosa lo colpisce davvero. È successo con “Pezzi”, nata durante un viaggio in macchina. Ed è successo con “Estranei”, il singolo pubblicato il 18 settembre scorso, scritto e composto da lui e prodotto da Studio85.


L’idea è arrivata durante una notte di lavoro in albergo. Qualche settimana prima aveva incontrato una persona con cui, confida, “avevo condiviso moltissimo”. Ma aveva fatto finta di non conoscerlo: nessun saluto, nessuno sguardo. “Mi ha colpito così tanto che ci sono rimasto”. Da quella ferita è nata la domanda che attraversa tutto il brano: come si può passare da essere tutto a diventare, improvvisamente, estranei?
Il risultato è un brano elettro-pop con un’anima anni Novanta: sintetizzatori, ritmiche contemporanee e persino una parte parlata filtrata come una telefonata. Una scelta voluta, un “anni Novanta del 2026”, come lo definisce Gabriele.


Ma “Estranei” è soprattutto l’ennesima prova che, per Maledetto, la musica non è soltanto musica. È un modo per liberarsi: “Un po’ come una seduta dallo psicologo”, racconta. Scrivere diventa così tirare fuori pensieri che altrimenti rimarrebbero dentro, guardarli in faccia e, qualche volta, riuscire finalmente a lasciarli andare.
Oggi i brani pubblicati sono cinque, con un nuovo capitolo già in arrivo. E mentre lavora alle prossime canzoni, Gabriele continua a fare i conti con cadute, costanti dubbi e soprattutto emozioni. Senza la pretesa di piacere a tutti. Perché ogni canzone, svela, è come un figlio: “E non si possono avere preferenze”. L’importante resta poterla guardare fieramente negli occhi, o meglio ascoltarla, sapendo di averci investito tutto se stesso.