Era un mito della banchina, una di quelle maschere che, nel mondo del porto, conoscevano tutti. Lo chiamavano il “Sergente Garcia” per via della somiglianza impressionante con il corpulento sergente di Zorro, ma Domenico Angotti – capelli lunghi e voce rauca – era un personaggio già di suo.
Amava i bagordi (quando c’era da mangiare e, soprattutto, da bere Domenico non si tirava mai indietro) e oggi, chi lo ricorda, attribuisce anche a quegli eccessi la sua precoce dipartita.
Angotti é morto un paio di giorni fa a 73 anni e, nei giorni del cordoglio, in tanti hanno voluto ricordarlo postando sui social i suoi video esilaranti quando, con la voce alla Califano, faceva sorridere tutta la banchina.
Impiegato come facchino alla Nova Srl di via Matteotti, aveva lavorato per 30 anni alla “Geladria” da Giovanni Razzani, nel magazzino da Giunchi e anche al mercato del pesce perché, al di là della sua vena goliardica e quell’amore per il vino rosso, Domenico era un instancabile lavoratore. Si occupava, in particolare, dello sbarco del pesce al mercato ittico. In pratica era l’addetto che metteva le casse sul nastro per la vendita, ma si occupava anche della pulizia del porto.
Domenico é morto in ospedale dove era stato ricoverato per alcuni problemi respiratori. Ai tempi del Covid, infatti, si era preso una bella polmonite e, da quel momento, il suo stato di salute era sempre stato precario. Dopo una serie di accertamenti diagnostici era in attesa di un intervento ai polmoni, ma una crisi respiratoria non gli ha lasciato scampo.
Chi lo conosceva bene era Alessandro Pompei, proprietario della storica cozzara “Bafiet” che così lo ricorda: “Lo conoscevo da trent’anni, forse anche qualcosa in più. Era un personaggio unico nel suo genere, buono come pochi. Ha sempre lavorato come facchino nel porto, sempre con il sorriso anche quando alzava il gomito. Quello del bere era un vizio che l’ha accompagnato per gran parte della sua vita, ma che non ha mai compromesso il suo rendimento sul lavoro. Era uno juventino sfegatato e con lui parlare di calcio era sempre uno spasso. Era talmente ben voluto da tutti che riusciva tutti i giorni a farsi regalare ogni tipo di pescato, che poi lui preparava per amici e famiglia. Era bravissimo, soprattutto, a cucinare le alici. Pensando a Domenico, anche se non c’é più, non provo tristezza perché mi vengono in mente i mille scherzi che ci facevamo e che ancora oggi mi fanno sorridere. Era proprio un brav’uomo, con il suo carico di difetti, ma bravo. Non si é mai tirato indietro nel lavoro e, quando faticava, era uno che non guardava mai l’orologio. La sua giornata di lavoro finiva solo quando in porto tutte le barche erano a posto. Lo ricorderò sempre come lo ‘strambolone’ più buono della banchina. Mancherà a tutti”.