Non è un ferro di cavallo e nemmeno una scarpa nel significato moderno del termine. Eppure serviva esattamente a questo: proteggere lo zoccolo di un animale durante il cammino. Una rara ipposandalia romana rinvenuta nel territorio di Cesenatico è stata studiata dall’archeologo Denis Sami e descritta in un saggio pubblicato esattamente dieci anni fa dalla rivista Studi Romagnoli.
Il reperto appare come una piccola piattaforma di ferro, dotata di bordi e appendici che permettevano di fissarla allo zoccolo attraverso lacci o corregge. A differenza dei ferri moderni, che vengono inchiodati, l’ipposandalia poteva essere applicata e rimossa. Era, in sostanza, una protezione temporanea da utilizzare sui terreni più duri, sulle strade dissestate oppure quando lo zoccolo era ferito o particolarmente consumato.
Il suo nome deriva dall’unione delle parole greche hippos, cavallo, e sandálion, sandalo. Gli archeologi continuano però a discutere sulla sua funzione precisa. Secondo l’interpretazione più diffusa si trattava di una sorta di ferro provvisorio per cavalli. Altri studiosi ritengono che dispositivi così pesanti e ingombranti fossero più adatti ad animali lenti da soma, come muli, asini o buoi. Difficilmente, infatti, un cavallo avrebbe potuto galoppare indossando quattro “sandali” metallici senza rischiare di urtare e ferirsi.
L’esemplare di Cesenatico è particolarmente significativo per il luogo nel quale è emerso. Le ricerche archeologiche condotte nel territorio hanno documentato l’esistenza di un insediamento sviluppatosi lungo una grande strada in ghiaia, probabilmente un tratto della Popilia-Annia, l’arteria romana che collegava Rimini a Ravenna e proseguiva verso il Nord Italia.
Nella zona di Cà Bufalini gli scavi avviati nel 2006 hanno portato alla luce un abitato frequentato per diversi secoli, dal periodo romano fino alla tarda antichità. Gli studiosi lo collegano ad Ad Novas, una stazione di sosta ricordata dagli itinerari antichi. Non un semplice villaggio, quindi, ma un punto nel quale uomini e animali potevano fermarsi, riposare, cambiare cavalcatura e riprendere il viaggio. Le ricerche hanno restituito monete, ceramiche, oggetti metallici e materiali associati anche al passaggio di militari. Il quadro degli scavi è descritto nei lavori di Denis Sami.
In questo contesto la “scarpa” di ferro acquista un valore che supera quello dell’oggetto curioso. Un’ipposandalia difficilmente veniva smarrita dentro una casa: apparteneva al mondo della strada e del trasporto. La sua presenza suggerisce il movimento di cavalli o animali da soma, impiegati per portare persone, merci, messaggi e forse soldati attraverso l’antico territorio costiero.
Duemila anni fa il paesaggio a Cesenatico era molto diverso da quello attuale. La linea di costa si trovava in un’altra posizione e la zona era attraversata da corsi d’acqua, aree paludose e percorsi terrestri. La futura Cesenatico non esisteva ancora come città portuale, ma quel territorio rappresentava già un passaggio strategico fra Ravenna e Rimini.
L’ipposandalia costituisce così una piccola impronta del traffico di allora. Non conosciamo il nome dell’animale che la indossò, né quello del suo proprietario. Potrebbe essere appartenuta al cavallo di un messaggero, al mulo di un mercante o a un animale al seguito di un reparto militare. Sappiamo però che qualcuno percorse quella strada e, per una ragione impossibile da ricostruire, perse o abbandonò la protezione.
Dopo secoli trascorsi sotto terra, quella singolare scarpa di ferro è diventata la prova materiale che molto prima delle automobili, dei treni e delle biciclette, Cesenatico era già una terra di passaggio. Lo studio completo, A Roman Hipposandal from Cesenatico, è consultabile online.