Prima premessa: di questi tempi, se la Prefettura si presenta nel tuo albergo sgangherato e ti spiattella sotto il naso un assegno da 70mila euro (la cifra è quella) chiedendoti di affittarlo per farci un centro di accoglienza profughi, non è semplice rifiutare perchè, con un albergo da 26 camere, quell’utile netto non te lo metti in tasca neanche se ti fai il mazzo per cinque mesi.
Seconda premessa: le politiche di accoglienza sono un segno di civiltà e un rifugiato politico – che non ha scelto quello status – deve essere accolto in maniera dignitosa e, se l’obiettivo è il suo inserimento nella società e nel mondo del lavoro, non può essere confinato in qualche “riserva indiana” solo perchè il suo outfit stride con le nostre città da Mulino Bianco.
Detto questo, poiché da una Prefettura ti aspetti sempre “buon senso”, la domanda sorge spontanea: con tutti gli spazi, gli edifici, le strutture disponibili nell’entroterra, come è possibile permettere di aprire un CAS (Centro di Accoglienza “Straordinaria”) nel cuore di una località turistica? Sono due anni esatti che se lo chiedono gli operatori turistici di via Euclide a Villamarina costretti a convivere, per la terza estate di fila, con gli ospiti (tutti uomini) dell’ex Hotel Gallo d’Oro trasformato, nell’aprile del 2023 – come sempre senza clamore – in un centro profughi.





In quelle ventisei stanze, il primo anno, hanno soggiornato una cinquantina di richiedenti asilo ma, mese dopo mese, come capita puntualmente, il numero è cresciuto ed oggi una stima approssimativa (non ufficiale) parla di un’ottantina di immigrati tra magrebini, cingalesi e cittadini del Corno d’Africa.
In questi due anni, va detto, non si sono registrati episodi eclatanti di illegalità, ma il “disturbo alla quiete pubblica” e gli “schiamazzi notturni” sono ormai diventati un’amara costante e così, nelle sere d’estate – da maggio a settembre – non passa weekend in cui almeno un operatore turistico, per arginare le vibrate proteste dei clienti, non abbia richiesto l’intervento dei carabinieri di Cesenatico.
Quegli stranieri, infatti, che pure lavorano in maniera stabile perlopiù nel settore edile e dell’agricoltura, hanno abitudini e stili di vita che difficilmente possono uniformarsi alle esigenze del nostro turismo. Il baccano notturno, infatti, si concentra soprattutto nei fine settimana, quando gli alberghi della zona lavorano a pieno regime creando con i clienti momenti di tensione, come quando – la scorsa edizione della Nove Colli – tanti ciclisti non riuscirono neppure a prender sonno per colpa del chiasso incessante che proveniva dalla strada: “Secondo voi – si chiedono gli operatori di via Euclide – quei turisti quest’anno hanno prenotato da noi?”.
Insomma, gli albergatori – costretti a gestire in maniera sempre più complicata le continue proteste dei loro clienti – sono ormai arrivati al limite tanto che, neppure troppo provocatoriamente, oggi sono costretti a dire: “O noi o loro”.
Insomma, a Villamarina la convivenza con quel centro di accoglienza sta creando dei danni oggettivi agli alberghi di via Euclide e, forse, tra tante criticità, quella più evidente riguarda l’hotel Victory che, nella parte nord, confina con il Cas: ebbene, le sei stanze che si affacciano sui balconi del centro profughi ormai non sono più “vendibili”, nel senso che dormire la notte in quelle camere viene considerato, di fatto, impossibile. Per l’albergatore, dunque, si tratta di una drastica riduzione della sua capacità ricettiva che inevitabilmente impatta in maniera significativa sui suoi fatturati.




La situazione, come sempre, non è di facile soluzione, anche se il celebre precedente nel 2018 dell’ex hotel Splendid dimostra che non sempre a Cesenatico la politica ha le mani legate. Se, infatti, sei anni fa, l’allora sindaco Gozzoli si attivò con l’Unione Rubicone Mare e l’Asp per cambiare quella destinazione, per quale ragione – si chiedono gli operatori turistici di Villamarina – non si potrebbe intraprendere un percorso analogo?
La questione infatti può essere affrontata solo in sede istituzionale perchè il problema è che quella struttura – gestita da una cooperativa con un progetto di reinserimento sociale valido e strutturato – è perfettamente legale e un’ordinanza del Prefetto rende, di fatto, inutile ogni obiezione.
Ciò che è legale, però, non sempre è giusto e allora, per provare quantomeno ad affrontare il tema, nel giugno di un anno fa, alcuni operatori alberghieri di Villamarina – stanchi di dover dare spiegazioni ai turisti – hanno chiesto ed ottenuto un incontro con l’amministrazione e con i rappresentanti della cooperativa che gestisce il centro. E’ stato, di fatto, un incontro poco proficuo perchè – a parte alcune tende per “schermare” l’albergo dei profughi e l’invito a denunciare ogni criticità – la situazione è rimasta la stessa ed i disagi non sono diminuiti.
E anche, in questi primi giorni di lavoro, sono già diversi gli episodi di tensione tra gli albergatori e gli ospiti della struttura che non sempre accettano in maniera educata i richiami al silenzio: “Se in questi due anni non ci sono stati litigi importanti – precisano gli operatori turistici – è solo perchè, di fronte a certe provocazioni, abbiamo sempre preferito girare i tacchi ed avvertire i carabinieri”.
Qualche settimana fa, dopo un incontro con l’associazione albergatori (mai troppo incisiva, va detto, in queste situazioni), sembrava che il progetto di accoglienza fosse destinato gradualmente ad esaurirsi, ma negli ultimi giorni gli albergatori di via Euclide hanno saputo, dallo stesso proprietario della struttura, che i profughi resteranno in quel centro per almeno altri due anni: “Fare altre due estati così – concludono gli operatori alberghieri – vuol dire mettere a rischio le nostre attività perchè lavorare in questo contesto comincia a diventare troppo problematico. Il turismo, al di là degli investimenti del privato, ha bisogno di condizioni ambientali favorevoli. Se l’ente pubblico non è in grado di garantirle bisogna mettersi attorno ad un tavolo e decidere cosa fare di quell’area della città. Perchè la convivenza, lo ha dimostrato il tempo, non è possibile. Ecco perchè dire ‘o noi o loro’, oggi non è più solo una provocazione”.




