“I Piriclin” è il nome con cui un tempo (oggi un po’ meno) venivano chiamati i membri della mia famiglia. Il nome della mia tribù, se mio nonno Pericle fosse nato in una selvaggia zona tropicale: Piriclin, infatti, è il diminutivo dialettale del nome di mio nonno, il quale non era affatto minuto di corporatura, ma gli era stato appioppato in tono quasi dispregiativo, per l’irrequietezza, per la vivacità e per l’inventiva, tutte prerogative che aveva ereditato e aveva trasmesso, poi, alla sua numerosa prole. Piriclin, suo fratello Saturno e sua sorella Norina erano figli di “Sandròn il garibaldino”, il mio bisnonno che aveva trascorso la sua vita al seguito di Garibaldi con la camicia rossa, un fucile ad avancarica e una sciabola, trascurando sua moglie Maria e i tre figli che aveva messo al mondo, che regolarmente abbandonava nella bicocca del portocanale ogniqualvolta il Generale chiamava. Mio nonno Pericle (dal quale ho ereditato il secondo nome battesimale, in quanto il primo, quello anagrafico, ha rinnovato il nome di mio zio Leonardo, deceduto giovanissimo) aveva sposato in seconde nozze nonna Giulia che, con lui, aveva messo al mondo otto figli e che amava fumare la pipa. I “Piriclin” abitavano nel sottotetto dell’attuale Ristorante San Marco, presso la pescheria. Mio nonno faceva il calzolaio durante la settimana, ma la domenica per raggranellare qualche soldo indossava i guanti bianchi e diventava cameriere nelle trattorie del borgo. D’inverno il più delle volte in casa c’era ben poco da mangiare, e nonna Giulia la mattina andava nella chiesa dei Cappuccini con tutta la prole, alla quale faceva servire Messa, poiché i frati compensavano i chierichetti con una fetta di mecca e un po’ di latte. La sera invece, quando sulla tavola c’era poco pane e una manciata di pesce che non bastava a saziare tutti, per acquietare la fame si cominciava a suonare e a cantare: nonno Pericle e lo zio Mario suonavano il tamburo, lo zio Salvo e Gianni, mio padre, la tromba, lo zio Leonardo il clarino, Ottavio e Settimio scandivano il ritmo con posate e bicchieri mentre le zie Adelina e Ida con nonna Giulia, cantavano. Poi sul tardi la nonna si metteva a fumare la sua amata pipa, mentre il nonno entrava nel camerone dove in un letto enorme dormivano tutti i figli, e nel buio contava le teste, per vedere se c’erano tutti. Questo finché erano ancora bambini. Poi con la crescita ognuno aveva trovato il suo lavoretto da fare: nel mercato del pesce, in pescheria, nelle trattorie o alla spiaggia. Ma nel tempo, dovunque sono andati, si sono trascinati appresso il buonumore e l’argento vivo della loro scapigliata allegria. “I Piriclin mat”, così erano conosciuti in paese, e per questo i genitori di mia madre, famiglia di pescatori, si erano irritati quando si erano accorti che se l’intendeva con mio padre: «Non vorrai mica sposarti con uno di quelli là!», le ripetevano in continuazione. Ma la cosa andò a buon fine e mio padre, che non ebbe mai molta fortuna nella vita, cantava e fischiettava sempre, confidando nella Provvidenza (ma questo io l’ho capito dopo la sua scomparsa prematura, quando avevo vent’anni, capofamiglia con un fratello ed una sorella più piccoli di me). Infatti, allorché mia madre arrabbiata gli rimproverava la sua perenne spensieratezza, egli rispondeva sorridendo: «Uomo allegro, il Ciel l’aiuta!», ed era ciò che aveva imparato a casa sua, con la nonna che fumava la pipa, in una famiglia dove si cantava e si suonava nella miseria. Dove suo padre, nonno Pericle, socialista, il I° Maggio si divertiva ad attaccare creste di cartoncino rosso, con la colla da calzolaio, sulle teste dei passeri da nido, che prendeva allungando la mano sotto i coppi dal sottotetto dove lavorava. E quando i compaesani li vedevano posati a terra nella piazzetta della pescheria, o cinguettare sui rami degli alberi, li indicavano ai loro figlioletti: «Guardì burdél! L’è i pasarót ad Piriclìn cun la cresta rossa!» (Guardate bambini! Sono i passeri di Piriclìn con la cresta rossa!).