7 Ottobre, 2026 Cesenatico

Trattoria Caterina, dal 1973 il gusto di famiglia tra Marche e Romagna

Ci sono ristoranti in cui si va per mangiare. E poi ci sono quelli in cui, insieme ai piatti, si finisce per assaporare anche una storia. Quella della Trattoria Caterina a Savignano sul Rubicone comincia nel 1973, quando Caterina e Giovanni lasciarono le Marche e arrivarono in Romagna portando con sé i sapori della loro terra e il sogno di costruire qualcosa di nuovo. 

Caterina portò in cucina la tradizione marchigiana, fondendola con quella romagnola. Sono passati più di cinquant’anni e oggi quella storia continua con Andrea Amadio, nipote di Caterina, sua moglie Cristina Massari coadiuvati dalle cuoche Rosa Tierno e Roberta Cimino e dalle collaboratrici Lucia Di Tizio e Mirella Massari. 

Sono cambiate le generazioni e, inevitabilmente, anche il modo di vivere la ristorazione, ma sono rimasti i valori di sempre: famiglia, freschezza, accoglienza e il prezioso insegnamento di “Caterina”. Ma cosa significa oggi portare avanti un locale nato nel 1973? Ne parliamo con Andrea Amadio.

Partiamo dall’inizio: cosa significa oggi, per Lei che è nipote di Caterina, portare avanti una trattoria nata nel 1973 e arrivata alla terza generazione?

Significa garantire un impegno costante, considerando che la prima volta che ho messo piede in questo ristorante avevo 14 anni e ora ne ho 48. Cerchiamo di rimanere sempre ‘sul pezzo’, puntando sulla freschezza dei nostri prodotti e sulla professionalità del nostro servizio, il tutto condito dalla gentilezza.

Caterina arrivò dalle Marche portando con sé sapori e tradizioni della sua terra. Quanto è rimasta oggi di quella matrice marchigiana nella vostra cucina e quali sono i piatti del menu che la rappresentano maggiormente?

Ancora oggi, dopo decenni, abbiamo mantenuto nel menù piatti come le olive all’ascolana e le creme fritte, ma soprattutto le costolette d’agnello fritte, tipiche della tradizione marchigiana. Sono proprio queste le pietanze che ci rappresentano di più, insieme al coniglio nel tegame e i primi fatti in casa.

In oltre cinquant’anni sono cambiate profondamente le abitudini dei clienti e il modo di vivere la ristorazione. Come siete riusciti a seguire questi cambiamenti senza perdere la vostra identità?

Cerchiamo di offrire un buon servizio ad ogni tavolo, rinunciando alle prenotazioni e quindi, a volte, anche a riempire completamente il locale. E questo lo facciamo per avere più tempo da dedicare ai clienti e curare al meglio ogni dettaglio del nostro servizio, senza però snaturare l’identità tipica della trattoria.

Materie prime di qualità, filiera corta e cucina autentica hanno però un costo. Quanto è difficile oggi mantenere questi standard senza aumentare troppo i prezzi?

I costi delle materie prime sono diventati rilevanti, ma questo aumento non mi spaventa quanto tutto ciò che è necessario per tenere aperto un locale ed essere in regola con le normative.

Guardando al futuro, qual è la sfida più importante per una trattoria con una storia così lunga: custodire la tradizione, rinnovarsi o riuscire a fare entrambe le cose?

La nostra idea è quella di continuare a seguire questa linea. La sfida iniziata decenni fa prosegue ancora oggi e, in alcuni casi, ci porta a fare scelte controcorrente. Una di queste è, per esempio, quella di chiudere il ristorante nel periodo estivo, da giugno a settembre, per dedicarci un po’ di tempo e di spazio alla nostra vita. Crediamo che garantirsi una buona qualità della vita sia fondamentale anche per il nostro lavoro: solo così possiamo continuare ad avere il desiderio e l’entusiasmo di accogliere le persone con gioia, dedicando loro il tempo e l’attenzione che meritano.

LaVoceRomagnola

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