Come si può vivere per quasi vent’anni dentro un rudere, senza acqua corrente, elettricità e riscaldamento? Per comprendere la storia di Pinto bisogna forse rovesciare la domanda: che cosa può diventare “casa” per un uomo che, altrove, non è più riuscito a trovare il proprio posto?
Pinto è portoghese ed è arrivato in Italia molti anni fa. Da oltre 18 vive nella corte interna della colonia Varese di Milano Marittima, il gigantesco edificio costruito nel 1938 con il nome di “Costanzo Ciano”, figura di primo piano del regime fascista.
Di quella enorme colonia oggi resta uno scheletro di cemento divorato dal tempo. Alcune parti sono già crollate, altre sono pericolanti. Nel corso degli anni Pinto ha dovuto spostarsi da un’ala all’altra, arretrando davanti al progressivo cedimento della struttura. Eppure è ancora lì.
Non perché nessuno si sia occupato di lui. Al contrario, i servizi sociali hanno cercato a lungo di seguirlo, proponendogli sistemazioni più sicure e dignitose. Pinto, però, non le ha accettate. O forse, più semplicemente, non è riuscito a riconoscersi in quelle soluzioni.
Quando venne allontanato dalla colonia, si trasferì dall’altra parte della strada, all’interno di una vecchia scuola, anch’essa ormai fatiscente. Vi rimase fino alla demolizione dell’edificio. Rimasto nuovamente senza riparo, tornò alla Varese. Tornò in quello che, per lui, era diventato casa.

Ciò che agli occhi di tutti appare come un rudere pericoloso rappresenta per Pinto il luogo che conosce, controlla e riesce a organizzare secondo le proprie necessità. Lo pulisce, lo sistema e prova continuamente a renderlo più accogliente. Ha collocato tende, oggetti, quadri e colori. Coltiva un piccolo orto, prepara aiuole fiorite e raccoglie la legna necessaria per cucinare e scaldarsi durante l’inverno.
Il suo letto è all’aperto, riparato soltanto da un piccolo porticato. Si sveglia all’alba e si corica quando scende il buio. Quando vuole raggiunge la mensa dei poveri; negli altri giorni si arrangia con ciò che riesce a coltivare o con quello che alcune persone gli portano.
Parla un italiano mescolato al portoghese. È un uomo mite, operoso, apparentemente rimasto ai margini della società senza che sia facile individuare il momento preciso in cui ciò sia accaduto.
È forse questo l’aspetto più difficile da comprendere della sua storia. Noi guardiamo la colonia Varese e vediamo degrado, abbandono e pericolo. Pinto osserva lo stesso luogo e riconosce il proprio mondo: poverissimo e precario, certamente, ma composto di abitudini, oggetti, silenzi e piccoli gesti quotidiani. Una vita lontana dalla nostra idea di normalità, che proprio lì ha trovato un fragile equilibrio.
La povertà, del resto, non è soltanto mancanza di denaro. Può essere anche la perdita del proprio posto nel mondo. Pinto, a modo suo, quel posto sembra averlo trovato.
“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come”, scriveva Friedrich Nietzsche, in una frase successivamente ripresa dallo psichiatra Viktor Frankl. Forse il “perché” di Pinto è tutto lì: nell’orto da coltivare, nei fiori da curare, nella legna da raccogliere e in quella vecchia colonia che per tutti gli altri è soltanto un rudere. Per lui, invece, è una casa.
La VoceRomagnola














