Houston, abbiamo un problema. E questa volta non riguarda il meteo, la stagione turistica o l’ennesima emergenza passeggera. Il problema è più profondo, quasi antropologico: in Romagna comincia a mancare chi fa funzionare le cose.
Mancano bagnini di salvataggio, al punto che per coprire il fabbisogno estivo quest’anno Battistoni ha dovuto fare i salti mortali, valutando formule un tempo impensabili come vitto e alloggio per attrarre ragazzi da fuori. Vacilla persino l’idea – considerata “legge” nella Cooperativa di Cesenatico – di non ricorrere ai minorenni, perché il mercato non offre più abbastanza candidati adulti. Mancano insegnanti: solo in provincia di Forlì-Cesena le cattedre scoperte sono 284, con un nuovo anno scolastico che rischia di aprirsi tra supplenze, buchi d’orario e continui rattoppi. Mancano autisti per il trasporto pubblico, nonostante gli aumenti e gli incentivi introdotti da Start Romagna. Mancano infermieri, medici di base, operatori sanitari. Mancano – ma questa non è più una novità – camerieri, cuochi, addetti agli alberghi, personale stagionale anche non qualificato.
È come se una parte della società avesse smesso di desiderare i lavori essenziali. Quelli con turni, responsabilità, fatica fisica, contatto diretto con le persone. Quelli che non si possono fare dal divano, con il portatile sulle ginocchia e la promessa di diventare “imprenditori di sé stessi”.
Negli ultimi anni il mito del digitale ha spostato aspettative, ambizioni e perfino identità. Tutti social media manager, creator, influencer, webmaster, consulenti, comunicatori. Tutti dentro un’economia immateriale che promette libertà, flessibilità, smart working e nessun cartellino da timbrare. Ma intanto qualcuno deve guidare gli autobus, sorvegliare i bambini in mare, insegnare matematica, assistere un anziano, cambiare una medicazione, servire ai tavoli, aprire un albergo alle sette del mattino.
La verità è che abbiamo costruito un modello di sviluppo sbilenco: abbiamo reso socialmente desiderabile il lavoro virtuale e sempre meno attrattivo quello reale. Ma una comunità non vive di post, reel e strategie digitali. Vive di servizi, scuole, ospedali, trasporti, turismo, sicurezza. Vive di persone che si presentano, ogni giorno, in un luogo fisico e fanno un lavoro concreto.
La tecnologia e la robotica potranno aiutare. A Cesenatico si sono già visti camerieri robot, e in futuro molte mansioni ripetitive saranno automatizzate. Ma un robot non sostituirà facilmente un insegnante di sostegno, un medico di famiglia, un infermiere davanti a un paziente fragile, un bagnino che deve leggere il mare in pochi secondi.
Il paradosso è che presto il mercato potrebbe capovolgersi. I lavori oggi considerati faticosi e poco appetibili diventeranno sempre più costosi, perché sempre più rari. Il bagnino, l’autista, l’infermiere, l’insegnante specializzato andranno pagati meglio, forse molto meglio. Nel frattempo, molte professioni digitali gonfiate dalla moda rischiano di essere travolte proprio dall’intelligenza artificiale, che produrrà testi, grafiche, siti, video e contenuti a costi irrisori.
La Romagna, terra abituata a lavorare, deve interrogarsi prima degli altri. Perché senza persone nei mestieri chiave non si tiene in piedi né il turismo, né la scuola, né la sanità, né il trasporto pubblico. Il futuro non sarà soltanto di chi saprà innovare, ma di chi saprà restituire dignità, salario e prestigio ai lavori indispensabili. Altrimenti avremo città piene di contenuti online, ma vuote di chi le fa vivere davvero.