Come tanti sanno, c’è stato un tempo in cui il porto di Cesenatico non era sorvegliato soltanto da marinai e pescatori, ma dall’ombra massiccia di una rocca armata. Una fortezza di mattoni, innalzata a protezione del canale e della piccola comunità sorta sulle sue rive, della quale oggi non rimane quasi nulla. Eppure, grazie a tre inventari notarili del 1480, è ancora possibile oltrepassarne idealmente la porta, salire sulla torre maestra e osservare ciò che custodivano le sue stanze.
A restituire questa straordinaria fotografia della Cesenatico quattrocentesca è il saggio di Augusto Vasina intitolato “Tre inventari quattrocenteschi della Rocca di Cesenatico scoperti e trascritti da Antonio Domeniconi”. La ricerca, rimasta incompiuta per la prematura scomparsa di Domeniconi, prende le mosse da tre documenti rinvenuti nell’Archivio notarile di Cesena fra gli atti del notaio Gaspare Marzi. Gli inventari furono compilati il 23 marzo, il 5 aprile e il 12 dicembre 1480, in occasione di altrettanti passaggi di consegne fra i castellani.
Il valore della scoperta è enorme. Della rocca medievale non esistono infatti piante o raffigurazioni coeve e le cronache forniscono soltanto indicazioni frammentarie. Gli inventari, invece, consentono di ricostruirne almeno in parte la struttura.

La torre principale era divisa in una sommità, una camera centrale e un vano inferiore. Attorno si trovavano il corridoio, il rivellino, cioè l’avancorpo difensivo, la loggia della cisterna, le “case nuove”, la camera del castellano, quella del “ricetto”, una stalla e altri ambienti destinati alla guarnigione.
La storia della fortificazione coincide con quella delle origini di Cesenatico. La costruzione del porto fu avviata presumibilmente nel settembre del 1302 dai cesenati, nel luogo allora chiamato Tomba di San Tommaso. Contemporaneamente venne innalzata una rocca per proteggere gli uomini impegnati nei lavori e difendere il nuovo sbocco sul mare.
Nel 1371 la “Descriptio Romandiole” registrava la presenza di un castellano e undici uomini di servizio. Attorno al porto risultavano quattordici fuochi, equivalenti a una sessantina di abitanti sottoposti al fisco; considerando familiari ed esenti, la comunità poteva raggiungere un centinaio di persone.

Era una Cesenatico minuscola, ma già preziosa. Il porto sorgeva in una terra di confine contesa fra Cesena, Rimini, Cervia e Ravenna e attirava gli interessi di Polentani, Malatesta, Montefeltro, Ordelaffi e Manfredi.
La rocca venne danneggiata, abbattuta e ricostruita più volte. Alla fine del Trecento i Malatesta la rifecero quasi completamente. Il suo mastio era la grande torre quadrata che rimase in piedi nei pressi della ferrovia, sulla destra del porto-canale, fino al 1944, quando i tedeschi in ritirata – come noto – la minarono e la rasero al suolo.
Ma sono soprattutto gli oggetti elencati a dare vita alle mura scomparse. Nei primi due inventari compaiono circa 130 pezzi, diventati ancora più numerosi nel dicembre dello stesso anno. Sulla cima della torre erano collocate spingarde, bombardelle, una campanella per dare l’allarme, balestre e grossi canapi. Nelle stanze si conservavano proiettili di piombo, barili di polvere, corazze, celate, ronche, partigiane, scudi e piccoli cannoni. Alcune protezioni recavano lo stemma di papa Sisto IV, segno visibile del controllo esercitato dalla Santa Sede.
Non era però un arsenale splendente. Molti oggetti vengono definiti dal notaio “vecchi”, “rotti”, “rugginosi” e persino “tristi”. Le armi giacevano spesso in condizioni precarie, le corazze erano scomposte e alcune balestre inutilizzabili. Una descrizione che ridimensiona l’immagine romantica della fortezza invincibile e racconta piuttosto un presidio periferico, mantenuto con risorse limitate e non ancora valorizzato pienamente sotto il profilo militare e commerciale.

Accanto alle armi emergono frammenti di vita quotidiana: lettiere, tavole, cassapanche, mantelli di panno grezzo per le guardie, attrezzi da mulino, una lucerna e una piccola zappa da orto. Compaiono anche ferri e ceppi destinati ai prigionieri. Fra le annotazioni più suggestive ce n’è una che sembra uscita da un racconto: “una barcha vechia”, conservata sotto l’acqua e assicurata con una catena. Non sappiamo quale fosse la sua funzione, ma quell’imbarcazione sommersa restituisce all’inventario un’ombra di mistero.
Colpisce anche la rapidità con cui cambiavano i responsabili della rocca. In nove mesi si succedettero quattro castellani: Antonio di Lorenzo de’ Cenni, Anchise di Ettore da Cesena, Berardino de’ Pedoni da Rieti e infine Angelo Lupi, vescovo di Tivoli e governatore di Cesena. Dietro questo continuo avvicendamento Vasina individua una trasformazione politica profonda: dopo la morte di Malatesta Novello, il papato stava sostituendo le figure locali con funzionari ritenuti più fedeli, rafforzando il controllo diretto sulla Romagna anche per arginare le ambizioni di Venezia.
Persino l’assenza della rocca nei celebri disegni eseguiti da Leonardo da Vinci nel 1502 può avere una spiegazione affascinante. Secondo l’ipotesi richiamata nel saggio, la veduta prospettica del porto sarebbe stata tracciata proprio dall’alto della fortificazione. Leonardo non la disegnò perché, in quel momento, si trovava al suo interno e guardava Cesenatico attraverso i suoi occhi di ingegnere.
Quei tre inventari non sono dunque semplici elenchi di oggetti. Sono porte rimaste socchiuse per oltre cinque secoli. Attraversandole riappaiono le sentinelle infreddolite nei loro mantelli, il rumore delle catene, l’odore della polvere da sparo e il profilo del porto osservato dalla sommità della torre. Una Cesenatico lontanissima, nata attorno all’acqua e difesa da una rocca che la guerra ha cancellato dalle pietre, ma non dalla storia.
