23 Ottobre, 2026 Cesenatico

Anatomia di un fenomeno – Rambo, ribelle o pericolo? Quando il folklore diventa un alibi

Il nostro articolo su “Rambo” (clicca qui) ha provocato numerose reazioni, soprattutto su Instagram, dove il pubblico è mediamente più giovane. In molti ci hanno contestato sostenendo che questo personaggio sia ormai diventato un simbolo ruspante di Cesenatico: una presenza eccentrica, smarcata dalle convenzioni e capace, a suo modo, di ribellarsi a una società che pretende comportamenti sempre ordinati e omologati.

Secondo questa lettura, chiedere un intervento significherebbe voler emarginare o rinchiudere chiunque non rispetti le regole del quieto vivere. Una conclusione che, tuttavia, non corrisponde alla nostra posizione. “Fermare Rambo” non significa punirlo, espellerlo dal paesaggio cittadino o considerarlo un reietto da internare. Significa aiutarlo prima che i suoi comportamenti mettano seriamente nei guai lui o qualcun altro.

Restiamo quindi convinti di ciò che abbiamo scritto. Quando l’alcol prende il sopravvento, Rambo diventa imprevedibile. Nelle ultime settimane il limite è stato sfiorato più volte: davanti a un autobus turistico, negli scontri verbali con passanti e automobilisti, nei momenti in cui alcuni ragazzi lo provocano per assistere alle sue reazioni imprevedibili. Non serve immaginare necessariamente una tragedia. È sufficiente una frenata improvvisa, una spinta, una risposta violenta della persona sbagliata o una caduta per trasformare il folklore in un fatto di cronaca molto serio.

La discussione, però, pone una domanda interessante: perché tante persone, normalmente inflessibili davanti alle criticità dell’ordine pubblico, finiscono per adottare Rambo come una sorta di eroe popolare? Perché l’irregolare, quando è vicino, conosciuto e riconoscibile, può apparire romantico. Non rappresenta più una minaccia indistinta, ma “uno di noi”: è italiano, romagnolo, appartiene da tempo al panorama umano della città. Gli vengono quindi concesse attenuanti e indulgenza.

È difficile non domandarsi quale sarebbe stata la reazione se gli stessi comportamenti fossero stati tenuti da un bengalese, un nordafricano o comunque da uno straniero sconosciuto. Probabilmente l’opinione pubblica sarebbe stata molto meno indulgente e la richiesta di interventi quasi unanime. Il nostro “matto del paese” diventa folklore; l’emarginato venuto da fuori diventa invece un problema di sicurezza. Una contraddizione sulla quale sarebbe utile riflettere.

C’è poi un elemento profondamente romagnolo. Questa terra ha sempre trasformato gli eccentrici, gli irregolari e i personaggi fuori misura in figure quasi leggendarie. Ogni paese aveva il proprio: uomini e donne senza filtri, protagonisti di storie ripetute al bar, imitati, presi in giro e contemporaneamente protetti dalla comunità. Erano i clown spontanei della vita quotidiana, capaci di rompere le convenzioni, di dimostrare che non tutto può essere ordinato, prevedibile e normale, ma soprattutto messi lì apposta per ricordarci che, al di là delle nostre miserie terrene, c’è sempre qualcuno peggio di noi. 

Rambo appartiene probabilmente anche a questa tradizione. Ma l’affetto non può diventare un alibi e il folklore non deve trasformarsi in abbandono. Lasciarlo in strada, ubriaco e circondato da ragazzi che lo provocano, non significa rispettare la sua libertà. Significa voltarsi dall’altra parte.

La vera inclusione non consiste nel filmare le sue reazioni, ridere delle sue intemperanze o trasformarlo in un personaggio social. Consiste nell’attivare servizi sociali, assistenza sanitaria e una rete capace di proteggerlo nei momenti in cui non è più in grado di farlo da solo.

Possiamo considerarlo un simbolo della Cesenatico più popolare e bizzarra. Possiamo perfino volergli bene. Proprio per questo non dovremmo aspettare che il prossimo episodio finisca peggio. Aiutarlo non significa normalizzarlo: significa evitare che la sua diversità diventi la condanna sua o di qualcun altro.

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