5 Ottobre, 2026 Cesenatico

Quando il salvataggio pretende i riflettori: meno protagonismo, più senso del dovere

C’è qualcosa che stona, e parecchio, nella smania di trasformare ogni intervento di salvataggio in un piccolo poema epico. Soprattutto quando la cronaca racconta fatti che, fortunatamente, appartengono alla normale attività di chi è pagato per vigilare sulla sicurezza dei bagnanti.

Ogni giorno gli operatori del 118 entrano nelle case, raccolgono feriti sull’asfalto, rianimano persone in arresto cardiaco e qualche volta strappano letteralmente una vita alla morte. I vigili del fuoco entrano negli appartamenti invasi dal fumo, affrontano incendi sotto quaranta gradi, intervengono negli incidenti più terribili. Lo fanno, quasi sempre, senza fotografie celebrative, comunicati autoencomiastici o aspettative di pubbliche benemerenze.

Poi arriva l’estate e sembra affermarsi una singolare liturgia dell’eroismo balneare. Basta un intervento, talvolta persino ordinario, perché parta la telefonata alla stampa, si cerchi il titolo, si raccontino nomi e gesta con foto e dovizia di particolari. E, magari, all’orizzonte si intraveda già una pergamena.

È questo atteggiamento a lasciare perplessi. Non certo il lavoro dei bagnini di salvataggio, prezioso e indispensabile, né il valore di chi interviene quando una persona rischia davvero di annegare. 

Il punto, che andrebbe spiegato come alle elementari a Glauco Buda e Paolo Casarini – è un altro: chi sceglie un mestiere fondato sul soccorso dovrebbe considerare il salvataggio come il compimento più alto del proprio dovere, non come un’occasione celebrativa di autopromozione.

Altrimenti si produce un cortocircuito quasi grottesco: invece di augurarsi un’estate senza emergenze, si finisce per dare l’impressione di attendere l’episodio buono per conquistare qualche riga di giornale. Un’impressione certamente ingenerosa, ma alimentata proprio da questo smodato eccesso di protagonismo.

Salvare una vita è un gesto enorme. Proprio per questo non ha bisogno di essere gonfiato. Ci sono eroi che non telefonano ai giornali. E forse è anche per questo che li chiamiamo eroi.

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