5 Ottobre, 2026 Cesenatico

Ma quant’è difficile fare giornalismo a Cesenatico…

A Cesenatico le cattive notizie sembrano avere un colpevole in più: chi le racconta.

È quello che accade ogni volta che pubblichiamo un fatto di cronaca, un’aggressione, un furto, un problema di degrado, una criticità amministrativa. Invece di discutere il fatto, si discute chi lo ha raccontato. Invece di interrogarsi sul fenomeno, si mette sotto processo il giornalista.

È un riflesso antico, figlio di una cultura che, ostaggio da troppo tempo del pensiero unico, fatica ad accettare il dissenso e considera qualsiasi voce fuori dal coro come un attacco politico.

Ma il giornalismo non è questo.

Noi non scriviamo perché Cesenatico venga percepita come una città insicura. Scriviamo perché i fatti accadono. E i fatti, per definizione, esistono indipendentemente da chi li racconta.

Chi sostiene che pubblicare un furto, una rissa o un episodio di microcriminalità significhi danneggiare l’immagine della città, dimentica una verità elementare: l’immagine non si difende nascondendo i problemi, ma risolvendoli.

La storia recente insegna che la polvere nascosta sotto il tappeto prima o poi torna fuori. È successo nell’estate 2025 nella vicina Milano Marittima, dove per anni si è preferito minimizzare alcune evidenti criticità sull’ordine pubblico fino a quando la realtà è esplosa sui giornali nazionali, provocando un danno reputazionale infinitamente maggiore (non a caso, nel primo semestre del 2026, Cervia è l’unica località turistica della riviera romagnola col segno meno). 

La trasparenza, invece, non fa paura.

Anzi, rafforza la fiducia.

Noi non abbiamo mai sostenuto che l’aumento dei reati estivi sia colpa dell’amministrazione comunale. Sarebbe un’affermazione semplicistica e profondamente sbagliata.

Cesenatico passa in poche settimane da circa venticinquemila residenti a una popolazione che, in agosto, oltrepassa le duecentomila persone. È inevitabile che aumentino traffico, conflitti, piccoli reati, interventi delle forze dell’ordine e situazioni di disagio. Accade qui come accade in tutte le principali località turistiche italiane.

Questo non significa che Cesenatico sia diventata Medellin. 

Significa semplicemente che, come tutte le città vive e affronta problemi nuovi che richiedono risposte nuove.

Quando l’amministrazione interviene con decisione, è giusto riconoscerlo. Il caso di viale Ferrara dimostra che, di fronte a situazioni particolarmente delicate, il Comune dispone di strumenti amministrativi efficaci e può utilizzarli (anche se sappiamo tutti che la gestione primaria della sicurezza spetta allo Stato).

Il punto, dunque, non è attribuire colpe. 

Il punto è riconoscere i problemi prima che diventino emergenze.

Per questo motivo non abbiamo mai accettato la narrazione di una Cesenatico da “Mulino Bianco”, così come rifiutiamo quella di una città fuori controllo.

Entrambe sono caricature.

La realtà sta nel mezzo. Ed è proprio lì che il giornalismo deve stare.

Nel suo primo anno e mezzo di vita La Voce di Cesenatico ha raccontato centinaia di episodi che, semplicemente, prima non trovavano spazio. Non perché non esistessero, ma perché nessuno li raccontava con continuità.

Nel frattempo è nata spontaneamente una rete capillare di cittadini che ci segnala ciò che accade nei quartieri, nelle strade, nelle attività commerciali, nelle scuole, nelle associazioni. Non sono “informatori politici”. Sono cittadini che credono che l’informazione possa essere uno strumento utile alla comunità.

Questo significa fare “giornalismo di prossimità”.

Non inventare una realtà diversa.

Raccontare quella che esiste.

Ci viene spesso rimproverato di ricevere sottobanco documenti dalle opposizioni.

Francamente stupisce che questo venga considerato uno scandalo.

È il normale funzionamento della democrazia.

Le minoranze, per loro natura, cercano visibilità e sottopongono ai giornalisti atti, interrogazioni, documenti e osservazioni. Succede in ogni Comune d’Italia, in Parlamento, nelle Regioni e perfino nei consigli di quartiere. A Cesenatico ce li passa la destra, a Gatteo Mare la sinistra.

Ma un giornalista serio non pubblica quei documenti perché arrivano dall’opposizione.

Li pubblica se sono veri, rilevanti e verificabili.

La vera anomalia non è il rapporto con le minoranze.

La vera anomalia è quando una parte della maggioranza rinuncia al confronto con un organo di informazione semplicemente perché non può controllarne il racconto.

È un errore culturale prima ancora che politico.

Un giornale non è un ufficio stampa.

Non nasce per confermare convinzioni già esistenti.

Nasce per fare domande.

Per raccontare.

Per verificare.

Per disturbare, quando serve.

I politici, di qualsiasi colore siano, dovrebbero ricordare una cosa molto semplice: non possono essere loro a spiegare ai giornalisti i principi dell’equidistanza e dell’imparzialità.  

Per definizione, un partito rappresenta una parte, una sola visione. 

Un giornale ha invece il dovere e la responsabilità di guardare tutte le parti.

Può sbagliare. E quando sbaglia deve correggere.

Può ricevere critiche. Ed è giusto che le riceva.

Ma non può essere delegittimato ogni volta che racconta qualcosa di scomodo.

La critica è fisiologica.

L’etichetta è un’altra cosa.

Negli ultimi mesi, a dispetto di un pubblico in vertiginosa crescita, ci siamo sentiti definire in molti modi. Troppo severi. Troppo pessimisti. Troppo indulgenti. Troppo vicini a qualcuno. Troppo lontani da qualcun altro.

È il destino di chi prova a mantenere una posizione indipendente.

Noi continueremo a fare esattamente ciò che abbiamo sempre fatto.

Verificare.

Ascoltare tutti.

Raccontare i fatti.

Correggere gli errori.

Difendere il diritto dei cittadini a sapere.

Senza tifoserie.

Senza padroni.

Senza chiedere il permesso.

Perché il problema non è un giornale che racconta ciò che succede.

Il problema sarebbe un giornale che smettesse di farlo.

Noi abbiamo scelto la strada più difficile. Quella dell’autonomia politica ed economica. E non sarà lo zuccherino di un ufficio stampa a farci cambiare linea.  

Abbiamo investito sui giovani, costruito una redazione che guarda al futuro e, con risorse nostre, stiamo formando una nuova generazione di giornalisti convinta che l’informazione sia un servizio pubblico prima ancora che un mestiere.

Le persone passeranno, le amministrazioni cambieranno, le maggioranze si alterneranno. È la fisiologia della democrazia.

Quello che deve restare è un principio semplice ma irrinunciabile: una comunità è più forte quando si guarda allo specchio e accetta il confronto, non quando pretende il silenzio.

Perché, come diceva Giancarlo Siani, un giornale libero non è mai un problema.

È una garanzia.

Per tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA