Il punto, stavolta, sono gli adulti. Perché dietro un ragazzo rimasto a casa da scuola c’è anche la decisione di un genitore. E quando, secondo le segnalazioni di ieri, in alcuni istituti romagnoli manca circa uno studente su tre, bisogna interrogarsi su chi abbia consegnato a un messaggio anonimo il potere di decidere della giornata dei propri figli.
Non basta prendersela con chi diffonde minacce e fantasie violente (clicca qui). Le responsabilità di chi le produce restano, ci mancherebbe. Ma dovrebbe preoccuparci anche la facilità con cui tanti adulti hanno creduto a racconti di orde armate di machete e katane pronte ad assaltare le scuole per stuprare una lista preconfezionata di studentesse. Uno screenshot, un audio senza autore, qualche frase feroce: abbastanza per scegliere di tenere una figlia a casa.
Preoccuparsi è naturale. Proprio la responsabilità di essere genitori, però, dovrebbe imporre qualche domanda un po’ più matura: chi lo dice? Quali riscontri ci sono? Che cosa comunicano la scuola e le autorità? La prudenza nasce dalla valutazione delle informazioni. Quando basta un “inoltro” a sostituirla, siamo davanti a una rinuncia al giudizio.
È questa l’ignoranza che pesa: non saper distinguere una fonte da una voce e non sentire il bisogno di farlo. Si può avere un titolo di studio e restare disarmati davanti a una sciocchezza confezionata bene. Il messaggio arriva da una persona fidata, dunque sembra vero. Peccato che quella persona lo abbia ricevuto da qualcuno che non ne sa nulla.
Così la famiglia, convinta di proteggere, diventa una centrale di rilancio. Chi vuole seminare panico trova complici inconsapevoli: prepara il contenuto e lascia che siano gli altri a distribuirlo. L’intelligenza artificiale può rendere convincenti immagini e voci; la credulità completa l’opera.
Noi in redazione conoscevamo alcuni messaggi da giorni, altri da settimane. Non li abbiamo pubblicati appena ricevuti. Prima di trasformare una minaccia in notizia bisogna verificarla, interpellare le fonti, valutarne la consistenza. Anche aspettare è una responsabilità giornalistica.
I giornali possono sbagliare. Hanno però firme, una direzione, il dovere di controllare e rettificare. Facebook, Instagram e Telegram fanno circolare contenuti senza garantirne la verità. Confondere le due cose significa affidarsi a chi sa impressionare di più.
Le minacce si segnalano e si verificano. Non diventano fondate perché riempiono il telefono. Il giornalismo, vi piaccia o no, serve soprattutto a questo: a impedire che la paura si travesta da conoscenza.