7 Ottobre, 2026 Cesenatico

Il caldo è una notizia? O siamo noi ad aver smesso di raccontare il resto

C’è stato un tempo in cui il giornalista usciva di casa per cercare una notizia. Oggi, in estate, basta aprire la finestra.

Fa caldo.

Titolo pronto.

“Caldo record”. “Caldo africano”. “Caldo infernale”. “Caldo mai visto”. Ogni anno il vocabolario si arricchisce di un nuovo aggettivo apocalittico, come se il sole frequentasse un corso di marketing.

Il termometro è diventato una fonte ufficiale. Non parla, ma detta l’agenda.

E così il caldo conquista aperture, dirette televisive, mappe color porpora, inviati davanti ai display delle farmacie che segnano 41 gradi, con il cronista che, grondando sudore, comunica agli italiani una scoperta rivoluzionaria: “Fa molto caldo”.

Grazie.

Nel frattempo, da qualche parte, un consiglio comunale approva una variante urbanistica, un ospedale perde medici, una scuola cade a pezzi e un piccolo imprenditore abbassa la serranda per sempre. Ma oggi ci sono 38 gradi. Ripassate domani.

Il caldo è una notizia? Certo che lo è, quando mette a rischio la salute, provoca vittime, incendia boschi o mette in ginocchio il lavoro. Sarebbe assurdo negarlo.

Ma il problema nasce quando non raccontiamo più le conseguenze e ci limitiamo a raccontare il termometro. È come fare la cronaca di una partita parlando soltanto del colore dell’erba.

Ormai conosciamo perfino i nomi degli anticicloni meglio dei ministri. C’è stato Caronte, Lucifero, Minosse, Pluto. Manca soltanto “Anticiclone Ragionier Fantozzi” e poi il cast è completo. Sembra che il meteo venga scritto dagli sceneggiatori dei film catastrofici.

Forse il caldo è diventato la notizia perfetta: non querela, non smentisce, non ha un ufficio stampa e, soprattutto, non appartiene a nessun partito. È democratico. Fa sudare tutti.

Eppure il giornalismo dovrebbe fare uno sforzo in più. Non limitarsi a dire che oggi ci sono quaranta gradi, ma spiegare perché le città sono diventate forni di cemento, perché piantare un albero sembra un’impresa eroica, perché ogni estate ci sorprendiamo di fenomeni che ormai sorprendenti non sono più.

Le temperature passano. Le domande dovrebbero restare.

Perché, alla fine, il vero rischio non è il sole. È abituarsi a considerare straordinario ciò che è normale e normale ciò che dovrebbe indignarci.

Il caldo continuerà a fare il suo mestiere. Speriamo che anche il giornalismo continui a fare il proprio. Anche quando il termometro decide di rubargli la prima pagina.

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