27 Settembre, 2026 Cesenatico

Il “caso Moretti” e la città che non può più voltarsi dall’altra parte

di Peppe Panella

La morte di Alfiero Moretti lascia un senso profondo di amarezza che va ben oltre l’esito, ancora tutto da chiarire, delle indagini sulle cause del decesso. Se sarà accertato che il malore non è collegato al brutale pestaggio subito pochi giorni prima, sarà la magistratura a stabilirlo. Ma c’è una verità che nessuna perizia potrà cancellare: un uomo è stato aggredito con ferocia nel cuore di Cesenatico, sotto i portici della Chiesa dei Cappuccini, a pochi metri da una movida che continuava a scorrere come se nulla fosse.

Ed è proprio questo il punto. Non si tratta di ricercare un nesso clinico tra un’aggressione e una morte. Si tratta di prendere atto che – dietro la cartolina del Porto Canale illuminato, dei tavolini affollati e del turismo estivo – esiste un’altra Cesenatico. Una città dove crescono emarginazione, disagio, solitudine, violenza e illegalità. Una realtà che non può più essere archiviata come una sequenza di episodi isolati.

Per questo lasciano perplessi le parole del sindaco Matteo Gozzoli. Più che il dolore e la gravità di quanto accaduto, nella parole del primo cittadino sembra prevalere la volontà di rassicurare, di minimizzare, quasi di spegnere sul nascere ogni legittima preoccupazione dei cittadini. Ma sono armi di distrazione di massa. La realtà e la cronaca narrano ben altro. Non si spegne un incendio limitandosi a dire che le fiamme non sono poi così alte. Il problema esiste, ed è sotto gli occhi di tutti.

Non occorre andare troppo indietro nel tempo per ricordare altri pestaggi e altri episodi di violenza. Basta volgere lo sguardo verso Ponente, fino alla zona di Pinarella, dove un’altra vita è stata spezzata dopo una brutale aggressione. E ancora oggi, anche nel centro cittadino, si moltiplicano situazioni che raccontano di un degrado sempre più evidente. Nonostante l’impegno costante delle forze dell’ordine, che meritano soltanto rispetto e sostegno, alcune aree sembrano lentamente scivolare verso una condizione di insicurezza e di abbandono che non può essere ignorata.

La domanda che molti cittadini si pongono è semplice: perché anche a Cesenatico aumentano i pestaggi, gli episodi di violenza e la percezione di una pericolosità diffusa? 

Nessuno sostiene che Cesenatico sia Medellín o Bogotá. Sarebbe una caricatura della realtà. Ma negare ciò che sta accadendo sarebbe altrettanto sbagliato. Migliaia di cittadini percepiscono un cambiamento e chiedono che venga affrontato con serietà. Non con comunicati stampa rassicuranti, ma con una visione politica e amministrativa capace di restituire alla città gli spazi oggi occupati dal degrado, dallo spaccio, dal malaffare e dall’abbandono. 

Non sarà una certificazione medica a stabilire se quella ferita appartiene o meno alla coscienza di questa città. Perché il fatto davvero grave resta il brutale pestaggio su un uomo inerme avvenuto in pieno centro storico. E questo dovrebbe bastare a interrogare tutti.

Fa riflettere che il Comune riesca a disciplinare con estrema precisione il colore delle sedie di un dehors o l’estetica delle attività commerciali, ma sembri molto meno determinato nell’affrontare quelle sacche di degrado che, giorno dopo giorno, finiscono per alimentare un clima nel quale violenza e illegalità trovano terreno fertile.

Forse dal Palazzo di via Moretti alcune emergenze appaiono meno nitide. Eppure esistono, e non riguardano soltanto la periferia. Alcune sono ormai presenti anche nel pieno centro storico, come dimostrano i tragici fatti di questi giorni. E se lo sguardo si spingesse oltre la cartolina del Porto Canale, verso Ponente, verso le colonie abbandonate e le aree dimenticate, emergerebbe ancora più chiaramente una realtà che non può essere nascosta sotto il tappeto.

Una città non si giudica soltanto dal numero dei turisti, dai ristoranti pieni o dalla qualità degli eventi estivi. Si misura, soprattutto, dalla capacità di proteggere i più fragili, di presidiare il territorio, di impedire che il degrado diventi normalità e che la paura entri silenziosamente nella quotidianità delle persone.

La morte di Alfiero Moretti, qualunque sarà l’esito delle indagini, ci consegna almeno una certezza: nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alla violenza. E una comunità matura e consapevole non ha paura di guardare in faccia i propri problemi. Perché nascondere la polvere sotto il tappeto non rende la casa più pulita. La fa apparire soltanto tale, fino al giorno in cui qualcuno inciampa proprio sotto quel tappeto.

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