Il caso di Alfiero Moretti impone una riflessione che va ben oltre la vicenda giudiziaria. Saranno la Procura e gli esperti eventualmente nominati dall’autorità forense a stabilire se esista un nesso tra il pestaggio subito davanti alla Caritas e la gravissima emorragia cerebrale che oggi lo tiene sospeso tra la vita e la morte. Fino a quel momento, per quanto l’ipotesi non venga affatto scartata dai medici, ogni conclusione sarebbe affrettata e irresponsabile.
Ma c’è un’altra verità che non dipende da una perizia.
Quando, alla fine del 2024, la Caritas si trasferì nell’ex convento dei Frati Cappuccini, nel cuore di Cesenatico, molti cittadini espressero dubbi e preoccupazioni. Nacque persino un comitato contrario. Non tutti lo fecero per egoismo o per rifiuto della povertà. Molti evidenziavano un problema di ordine pubblico e di gestione, ritenendo quella sede troppo centrale, troppo intrecciata nel tessuto turistico e commerciale della città.
Le critiche furono respinte con decisione. La risposta era sempre la stessa: la Chiesa non può nascondere i poveri, la carità deve stare in mezzo alla comunità. Un principio alto, cristianamente inattaccabile. Ma i principi, da soli, non bastano quando si confrontano con la realtà.
Perché la marginalità estrema non coincide sempre con la povertà. Spesso significa dipendenze, abuso di alcol, disagio psichiatrico, violenza, conflittualità. Significa persone fragili che hanno bisogno di essere aiutate, ma anche controllate, accompagnate, seguite con strumenti che vanno ben oltre la buona volontà.
L’estate del 2025 aveva già lanciato segnali inequivocabili: continue liti, interventi delle forze dell’ordine, episodi di autolesionismo, tensioni quotidiane. L’inizio dell’estate 2026 non ha fatto che confermare quelle criticità. Non si è trattato di episodi isolati, ma di una sequenza di fatti che raccontano come quel modello abbia mostrato limiti evidenti.
Pensare che bastino pazienza francescana e carità cristiana per governare fenomeni tanto complessi significa confondere un ideale con la realtà.
E la realtà, prima o poi, presenta il conto e questa volta lo fa attraverso un disabile in carrozzina con un arto amputato che si ritrova in un letto di ospedale nel reparto di terapia intensiva del “Bufalini” dopo essere stato picchiato selvaggiamente da un clochard del Convento.
E anche se domani dovesse essere escluso qualsiasi rapporto tra il pestaggio e l’emorragia cerebrale di Alfiero Moretti, resterebbe comunque un uomo brutalmente picchiato davanti a una struttura che da mesi rappresenta uno dei punti più delicati della città.
Questo, va riconosciuto, non è un fulmine a ciel sereno. È l’epilogo, purtroppo ancora provvisorio, di una situazione che da tempo mostrava segnali di crescente criticità.
La sensazione è che oggi molti abbiano interesse a ridurre tutto a un semplice malore. Sarebbe la soluzione più comoda per tutti. Per la politica, che eviterebbe di interrogarsi se si poteva fare di più. Per chi sosteneva che quella collocazione non avrebbe creato problemi e oggi rimpiange di averla avallata. E anche per chi, in nome di una generosa idea di accoglienza, ha sottovalutato la complessità di certe situazioni affidandosi soltanto alla Divina Provvidenza.
La solidarietà, sia chiaro, resta un valore irrinunciabile. Ma la solidarietà senza organizzazione rischia di trasformarsi in improvvisazione. E l’improvvisazione, quando si parla di persone con dipendenze, fragilità psichiche e comportamenti violenti, può avere conseguenze gravissime.
Da quello che emerge, anche la Diocesi avrebbe ormai compreso che è arrivato il momento di ripensare alcune scelte e, infatti, in futuro qualcosa cambierà.
Si poteva fare qualcosa prima? Forse. Per ora, l’auspicio è che il caso di Alfiero Moretti, qualunque sarà l’epilogo di questa brutta storia, rappresenti finalmente il punto di svolta. Perché una città davvero solidale è quella che sa accogliere gli ultimi, senza smettere di garantire sicurezza, dignità e serenità a tutti.