Confesso una cosa. Quando ho letto che il Premio Azeglio Vicini sarebbe stato assegnato a Walter Zenga, ho avuto un sussulto. Non perché Zenga non sia stato un grande calciatore. Lo è stato. Eccome. Uno dei migliori portieri della storia del calcio italiano, protagonista assoluto di Italia ’90, uomo simbolo di un’epoca.
Eppure qualcosa non torna.
Forse perché, da giovane cronista, ebbi la fortuna di incrociare l’Inter in ritiro allo stadio “Moretti”. Era l’Inter dei tedeschi, quella di Giovanni Trapattoni, di Lothar Matthäus, Andreas Brehme e Jürgen Klinsmann. Di quella mattinata conservo ancora fotografie e ricordi bellissimi. Ricordo la disponibilità, i sorrisi, la naturalezza con cui quei campioni si concedevano a un ragazzino armato di taccuino e macchina fotografica.
Non conservo invece alcun ricordo piacevole di Walter Zenga. Davanti a quel giovane cronista mostrò un atteggiamento distante, quasi infastidito, certamente poco generoso.
Ma sarebbe meschino ridurre tutto a una questione personale. Non è questo il punto.
Il punto è Azeglio Vicini.
Perché il Premio Vicini non dovrebbe limitarsi a celebrare un curriculum sportivo. Se fosse così, basterebbe scegliere ogni anno un campione qualsiasi. Quel premio porta il nome di un uomo che rappresentava qualcosa di molto più profondo dei risultati ottenuti sul campo.
Per quanto sanguigno, Vicini era mite. Educato. Misurato. Rifuggiva le polemiche come pochi altri nel calcio. Non alzava mai i toni. Non cercava il conflitto. Non trasformava ogni opinione in una battaglia personale. Era uno che ascoltava prima di parlare e che spesso preferiva il silenzio alla polemica.
Zenga, al contrario, ha costruito gran parte della propria immagine pubblica proprio sullo scontro. Da calciatore, da allenatore, da opinionista televisivo. Sempre pronto alla replica, alla provocazione, alla battuta tagliente (ricordate la rissa con Enrico Varriale?). Legittimo, per carità. Ma profondamente diverso da ciò che Vicini rappresentava.
Nessuno mette in discussione il legame tecnico tra il portiere e il commissario tecnico delle Notti Magiche. Zenga era “uno dei ragazzi di Azeglio”. Ma essere stati allenati da Vicini non significa automaticamente incarnarne i valori.
Ed è qui che nasce il dubbio.
Quando un premio porta il nome di una persona, dovrebbe cercare di premiare chi ne rappresenta l’eredità morale prima ancora che sportiva. In passato il riconoscimento è andato a figure che, nel bene o nel male, richiamavano quella sobrietà, quel senso della misura e quel galateo sportivo che erano il marchio di fabbrica del ct romagnolo: Maldini, Bergomi, Baresi, Donadoni, Antognoni, Cabrini…
Questa volta, invece, la sensazione è che si sia scelto il personaggio prima del simbolo.
Naturalmente il Panathlon Club Cesena resta libero di fare le proprie valutazioni. E chi scrive non pretende certo di possedere la verità. Però un premio intitolato ad Azeglio Vicini merita forse una domanda in più: non chi è stato il campione più forte, ma chi oggi assomiglia davvero ad Azeglio.
Ecco, davanti al nome di Walter Zenga, questa risposta non appare così scontata.
