27 Settembre, 2026 Cesenatico

125mila km su due ruote: da Cesenatico il giro del mondo di Matteo Nanni

Alcuni viaggi iniziano con un biglietto aereo, mentre altri con una cartina spiegata sul tavolo. Quello di Matteo Nanni è invece cominciato da una convinzione, semplice e al tempo stesso quasi folle: partire con la propria moto – una Honda Transalp 650 del 2003 – per attraversare il pianeta il più possibile via terra e, un giorno, tornare a casa sulla stessa sella della partenza.

Quel giorno è ormai vicino. Il prossimo autunno – dopo otto anni e oltre 125mila chilometri percorsi – l’agente della Polizia Locale di Cesenatico, riminese di nascita e motociclista per vocazione, completerà l’ultimo tratto africano del suo viaggio. Sarà l’ultima tappa di un’avventura inaugurata nel novembre del 2018 e destinata a chiudersi esattamente dove era cominciata: in Italia. Non è soltanto un giro del mondo, pertanto, ma un cerchio perfetto che si chiude.

Le passioni erano lì da sempre: le moto e i viaggi. Dal 2011 Matteo aveva iniziato ad unirle, macinando chilometri tra Europa, Nord Africa, Russia, Siberia e Mongolia. Poi, nel 2018, mentre cambiava completamente vita professionale – lasciando un lavoro da laureato in Chimica ambientale per inseguire il sogno di entrare in Polizia Locale – è nata l’idea più grande. “Ho pensato: se devo farlo, lo faccio fino in fondo”.

Da quel momento ogni inverno è un ulteriore tassello del puzzle. Sette mesi il primo viaggio, cinque il secondo. Poi il Covid ha congelato il mondo, costringendolo a lasciare la moto ferma in Australia per oltre due anni. Dopo la pandemia sono arrivati altri sei viaggi, ognuno lungo circa due mesi, costruiti attorno alle ferie e gli incastri con il lavoro. Otto spedizioni in totale. Sarà la nona, però, quella decisiva.

C’è inoltre un dettaglio a rendere questa impresa diversa da molte altre: la moto non ha mai fatto ritorno in Italia. Per tutto questo tempo è rimasta ad aspettarlo, prima in Indonesia, in Australia, poi ancora in Uruguay, Colombia, passando per Messico e Sudafrica, fino all’attuale stallo in Ghana.

Ogni volta Matteo rientrava in aereo, riprendeva la propria vita, lavorava, metteva da parte i soldi per tornare mesi dopo dall’altra parte del mondo e recuperarla, esattamente dove l’aveva lasciata. In un garage di un amico, magari da uno sconosciuto diventato tale, in un deposito a pagamento. “La cosa più difficile non è stata guidare – puntualizza – ma tutta la burocrazia. Trasportare una moto tra continenti differenti, ottenere documenti, attraversare frontiere impossibili”.

E le frontiere, in questi anni, sono state davvero tante. Grecia, Turchia, Iran, Pakistan, India, Bangladesh, Myanmar, Thailandia, Laos, Malesia, Indonesia. Poi Australia e Nuova Zelanda. Il Sud America, dalla Patagonia fino alla Colombia. Tutto il Centro America, Messico, Stati Uniti, Canada. Solo infine il continente africano, dal Sudafrica al Ghana, per una geografia vissuta sulla pelle molto prima che su una cartina.

Ma un viaggio lungo otto anni significa anche convivere con un pianeta che cambia costantemente. Quando Matteo attraversò l’Iran era possibile farlo, ad esempio, invece oggi no. Quando percorse il Myanmar, il Paese era aperto: oggi è quasi impossibile. In Ecuador si ritrovò perfino nel pieno dell’emergenza narcos. Poco dopo aver lasciato Congo e Angola scoppiò l’allarme Ebola, mentre alla frontiera tra Messico e Stati Uniti visse il periodo dei controlli più rigidi.

E poi il Covid: “La moto è rimasta ferma due anni e mezzo. Io ero tornato a casa, lei è rimasta in Australia ad aspettarmi”. Come se anche lei, nel frattempo, fosse diventata parte integrante della famiglia, un pezzo della sua persona.

Chi immagina un’impresa del genere, poi, spesso pensa inevitabilmente ai chilometri. “Non sono mai partito per fare una gara. Se un posto mi piaceva restavo, se non mi diceva nulla ripartivo”. A Santiago de Cile doveva fermarsi solo tre giorni, ma finì per rimanerci dieci a causa di una rottura delle forcelle della moto. In Africa cinquanta chilometri potevano richiedere anche quattro ore, mentre altrove era sufficiente una giornata per attraversare interi Stati.

Le distanze, ad un certo punto, smettono di misurarsi in chilometri: si misurano in tempo. In incontri. Imprevisti.

Matteo è sempre partito da solo, ma quasi mai c’è effettivamente rimasto. Esiste una comunità silenziosa che attraversa il mondo sulle due ruote. Una comunità dove basta un messaggio, l’amico dell’amico, un italiano trasferito dall’altra parte del pianeta, un motociclista incontrato per caso. Così i garage si aprono, le case diventano rifugi, si allungano le cene. Le amicizie nascono senza bisogno di parlare la stessa lingua. “Ho incontrato migliaia di persone – racconta ancora Matteo – ho condiviso pezzi di strada con italiani e stranieri. Alla fine il viaggio lo fai da solo, ma sono gli incontri ad impreziosirlo, fino a renderlo davvero speciale”.

C’è stato anche un momento in cui tutto avrebbe potuto cambiare, in Indonesia: “Ero sinceramente lì lì per trasferirmi”. Un luogo che gli era entrato dentro, capace di fargli immaginare una vita diversa. Poi, però, il richiamo del viaggio è stato più forte: “Mi sono detto: prima finisco quello che ho iniziato. Poi eventualmente deciderò”.

Ed è forse questa ostinazione il filo invisibile che tiene insieme tutta l’impresa. Perché tanti altri viaggiatori, alcuni conosciuti lungo il cammino, hanno cambiato strada: da chi lungo quella rotta ha trovato l’amore a chi ad un certo punto ha lasciato la moto, passando per chi, invece, ha deciso di fermarsi. Matteo no, poiché il suo obiettivo è sempre stato uno solo: chiudere il cerchio.

Può sembrare strano sentirlo dire da chi ha attraversato mezzo mondo. Eppure la frase che ripete più spesso è questa: “Non vedo l’ora di finire”, e non per stanchezza fisica, ma per quella emotiva. Otto anni sono lunghi, significano convivere continuamente con partenze, rientri, frontiere, documenti, spedizioni, guerre, pandemie, incertezze.

“È stato molto più pesante mentalmente che fisicamente”, afferma con inequivocabile sincerità, quella che rende il suo racconto ancora più autentico. Perché dietro le fotografie spettacolari, nel caso di Matteo Nanni, non si nasconde il mito dell’avventuriero invincibile. C’è una persona normale che, semplicemente, ha deciso di non mollare.

L’ultima confessione riguarda inevitabilmente il futuro. Qui Matteo sorride, poi quasi scuote la testa: “Per il momento basta viaggi”. Vorrebbe riportare quella moto – la sua moto – finalmente a casa. Magari esporla in un museo, o forse scrivere un libro. Sicuramente raccontare tutto quello che in un’intervista non entra.

E poi c’è un desiderio ancora più grande, che lascia soltanto intuire: costruire qualcosa di diverso, una vita stabile, un ambiente più vicino alla parola “casa”. Perché dopo aver attraversato il mondo intero ciò che si scopre è una verità molto semplice: a volte il viaggio più difficile non è quello che ti porta dall’altra parte del pianeta, ma l’itinerario che riporta a se stessi.

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