Arrivi in crescita dell’+1,6% tra gennaio e agosto, presenze sostanzialmente stabili (-0,6%), un’estate che si chiude con un -1,8% di pernottamenti ma “compensata” dal buon giugno. E ancora: mercato estero in forte spolvero (+9,8% di presenze sul periodo, +14,8% nei tre mesi estivi), mentre quello italiano arretra (-3,7%), in linea – si azzarda – con il resto della Penisola.
Sulla carta, la Riviera tiene. E la Regione lo sottolinea: il turismo balneare pesa ancora per il 50,1% degli arrivi e il 67,2% delle presenze, i mesi di spalla (aprile–giugno) crescono, il percorso di destagionalizzazione procede tra sport, fiere, congressi, cultura ed enogastronomia.
Nella narrazione ufficiale presentata a Rimini dall’assessora Roberta Frisoni, la parola d’ordine è “competitività”: investimenti in internazionalizzazione che “hanno portato risultati importanti”, qualità dell’offerta, diversificazione. Il capitolo “criticità” si risolve veloce: famiglie italiane frenate da inflazione, meteo ballerino, nuove abitudini di prenotazione. Fine. Tanto incenso per ciò che si è fatto, e una riga e mezza per ciò che non va.
Intanto, i nuovi indicatori economici fanno da cornice al quadro roseo: le rilevazioni Mastercard dicono che ad agosto i tedeschi guidano la spesa in provincia di Rimini (25,2% del totale estero), a luglio primeggiavano gli svizzeri (21,7%), la Francia cresce (+9,2% di quota spesa). Strumenti utili che, secondo la Regione, documentano la “tenuta” del sistema.
E per il futuro? La soluzione proposta è già pronta: più promozione all’estero (dopo Osaka si parla delle Isole Samoa) e più qualità, una parolina che non ti fa mai sfigurare. E soprattutto un grande piano, con il nuovo “bando Eureka” da 11 milioni per riqualificare i 4889 alberghi dell’Emilia Romagna…
Sul campo, lo sappiamo tutti, il copione è un altro: margini rosicchiati dai costi, domanda domestica corta e opportunista, prezzi sotto assedio persino in alta stagione. Giugno sorride, ma in molte località luglio e agosto fanno la faccia scura; il booking si decide all’ultimo e un temporale – come dimostra settembre che, secondo la Regione, doveva essere “il mese del rilancio” – spazza via settimane di programmazione.
Gli arrivi crescono ma la cassa non suona: la “stabilità” delle presenze è un titolo di cortesia che nasconde un mix cambiato: esteri più vivaci, sì, ma troppo piccoli per tenere in piedi l’intera baracca italiana.
Ed è qui che il racconto istituzionale deraglia in propaganda. Il vizietto inaugurato con Andrea Corsini e peggiorato con Roberta Frisoni riappare puntuale: la statistica diventa spot elettorale. Si lucida ciò che brilla (giugno, esteri, eventi), si sfuma ciò che brucia (potere d’acquisto eroso, resa economica in calo, infrastrutture al palo, mercato italiano in regressione). Si confeziona, senza alcuna autocritica, un altrove rassicurante, autocompiaciuto, dove la Riviera è sempre piena, sempre felice, sempre in progresso, mentre albergatori, ristoratori, bagnini e agenti di viaggio fanno i conti con camere piene nel mese sbagliato e vuote quando dovrebbero girare, con listini limati al centesimo e margini evaporati.
La Riviera, per carità, resta attrattiva, il lavoro sulla destagionalizzazione esiste. Ma se l’analisi diventa storytelling, si scambia la tenuta per benessere e l’incertezza per “meteo avverso”. Non è sfortuna: è un modello che scricchiola. E no, non bastano tre eventi e due conferenze stampa per ribaltare il conto economico.
Gli operatori non chiedono fanfare: chiedono onestà. Numeri letti per ciò che dicono davvero e, soprattutto, per ciò che ancora non dicono. Basta trionfalismi a uso e consumo di chi governa il racconto, stop alle questue trasformate in rilancio: servono scelte, non slogan.
E se la politica proprio non ce la fa a scolorire i dati, si faccia da parte. Tanto il turismo romagnolo – ce lo ricorda la storia – ha sempre camminato da solo.