27 Settembre, 2026 Cesenatico

Da Torino alla Cina: il viaggio per la pace di Adriano passa per Cesenatico

Ci sono persone che attraversano il mondo, semplicemente viaggiando. E poi altre, che sembrano lasciare in ogni luogo una piccola storia da raccontare. Adriano Paschetta appartiene decisamente alla seconda categoria. Ha 69 anni, una bicicletta, una tenda, qualche borsa, un grande bandierone della pace e una quantità di racconti che basterebbe probabilmente a scrivere un libro. O forse più di uno.

Nella notte tra sabato 8 e domenica 9 agosto, la sua strada lo ha portato a Sala di Cesenatico, dove ha dormito in tenda accanto alla palestra della scuola elementare, a pochi passi dal campo sportivo. Una tappa come tante, apparentemente. Ma non per chi Adriano lo ha conosciuto davvero.

“Sono arrivato dalla Ciclovia del Pisciatello, che è molto bella”, racconta con la naturalezza di chi, dopo aver attraversato mezzo pianeta, si ferma volentieri ad osservare anche le strade del nostro territorio. Il giorno dopo lo aspetta un’altra tappa, altri chilometri, altre persone da incontrare. In media ne percorre 60-80 al giorno, ma non cerca mai alberghi di lusso né comodità particolari: una tenda, una doccia quando possibile, qualcosa da mangiare e soprattutto una strada da seguire.

La sua destinazione, questa volta, è verso sud. L’Adriatico, poi l’Albania, il Montenegro, la Croazia, fino al ritorno a casa. Ma con Adriano è difficile parlare di una destinazione definitiva.

La sua storia comincia a Torino nel 1957. Da bambino ha problemi respiratori e di salute, tanto che i medici consigliano alla famiglia di trasferirsi in campagna. I genitori, il padre muratore e la madre infermiera, si spostano così a Racconigi, nella campagna cuneese. Adriano è il figlio più fragile. Viene operato due volte alla gamba, che ancora oggi porta i segni di quelle vicende.

Ma proprio quella fragilità finisce per trasformarsi nella sua più grande forza. “Ero quello più debolino”, racconta. “I miei compagni di calcio non si impegnavano come me, così scelsi la via dello sport individuale”. Arriva così il karate, con cui scopre una qualità che nessun problema fisico avrebbe potuto fermare: una volontà fuori dal comune.

Diventa campione nazionale. Ma anche questo non gli basta: vuole vedere come si pratica il karate fuori dall’Italia. Così parte. Prima l’Inghilterra, dove lava i piatti e impara l’inglese con un dizionario, poi la Germania, dove continua ad allenarsi ed impara un’altra lingua. E poi ancora gli Stati Uniti. Perché Adriano, già allora, ha una regola: se c’è qualcosa che non conosce, deve andare a vederla con i propri occhi.

Nel 1987 arriva negli Stati Uniti, a Boston, poi ancora in California. Ed è qui, in questo passaggio, che la storia diventa quasi cinematografica: insieme ad alcuni amici compra per circa 2.000 dollari un vecchio scuolabus giallo – quello che in America chiamano school bus – che sistemano per poi iniziare a viaggiare.

“Abbiamo girato tutta l’America così”: supermercati, riserve indiane, città, strade interminabili. E San Francisco, dove Adriano decide di fermarsi per amore. Lavora come cameriere, apre un’attività nel settore della ristorazione, insegna karate all’università, vive con due americani e un cinese. E proprio quel coinquilino gli apre una nuova porta: la Cina. “Mi ha invitato ad andare lì”; e Adriano, naturalmente, ci va.

Prima, però, c’è un altro episodio che racconta perfettamente il suo modo di intendere il viaggio. Compra una mountain bike di seconda mano a Francoforte e decide di raggiungere Torino in bicicletta. Senza navigatore, senza smartphone, solo con una bussola.

Finisce perfino in autostrada. La polizia tedesca lo ferma, gli fa capire che quella non è esattamente la strada giusta e lo indirizza verso i sentieri. Adriano prosegue: guarda la vegetazione, cerca riferimenti, domanda indicazioni. E alla fine arriva in Italia. “Io guardavo la bussola e pensavo: se lì c’è il nord, l’Italia sarà di là”. È difficile immaginare una guida più semplice.

Nel 1997 Adriano arriva in Cina in bicicletta, dopo aver trasportato la propria bici in aereo. Pedala per circa 800 chilometri, fino a Xiamen, con un dizionario Berlitz cinese-italiano. Per gli abitanti del luogo è una curiosità vivente: uno straniero in bicicletta, con la tenda e le borse, che cerca di comunicare con loro. I bambini lo osservano, le persone gli chiedono fotografie. Adriano sorride: era esattamente quello che cercava.

In Cina resterà ben 26 anni. Si sposa, ha due figli – Dina e Dino – e continua ad insegnare sport. Calcio, frisbee, arti marziali. Organizza altre attività, porta persone in giro, costruisce relazioni. E soprattutto pedala.

Una delle sue avventure più importanti è una vera e propria Greenway attraverso la Cina: circa 3.800 chilometri, da Xiamen fino a Pechino, insieme a 15 persone, due stranieri e 13 cinesi. Un mese e qualcosa di viaggio. L’obiettivo? Non soltanto arrivare: “Volevamo vedere i paesi rurali”, ricorda con entusiasmo. Non le autostrade, non le grandi città. La Cina vera, quella dei villaggi e delle persone.

La vocazione di Adriano nasce però ancora prima. Sempre nel 1997, mentre si trova in Sicilia, legge su un giornale di cicloturismo di una spedizione in bicicletta per la pace nell’allora Jugoslavia, devastata dalla guerra. Non ci pensa due volte e si mette in contatto con gli organizzatori, mandando il passaporto, e viene accettato.

Raggiunge Bologna in treno con la bicicletta, poi pedala fino a Faenza. Lì incontra gli altri ciclisti e partecipa alla spedizione. 2.800 chilometri, attraverso Slovenia e Croazia, fino al punto più meridionale del percorso e poi indietro. È il primo grande capitolo di una storia che, quasi trent’anni dopo, Adriano continua a scrivere.

Dopo il ritorno in Italia, avvenuto circa tre anni fa per stare vicino alla madre oggi 95enne, Adriano decide di ricominciare a pedalare. Lo scorso anno organizza una nuova pedalata per la pace verso la Sicilia. Doveva essere un viaggio di gruppo, ma alla partenza si ritrova da solo. L’idea iniziale era raggiungere la Sicilia e poi risalire lungo l’Adriatico, passando da Bari. Ma durante il viaggio i programmi cambiano, come spesso accade quando la strada diventa parte dell’avventura. La madre lo chiama, gli chiede di tornare presto. Adriano decide allora di modificare il percorso.

Quest’anno ci riprova: parte il 2 agosto da San Bernardo, la borgata di Carmagnola dove vive, e punta verso sud. Ma il messaggio resta. Sul suo grande vessillo sono rappresentati diversi conflitti: Israele e Palestina, Russia e Ucraina, Stati Uniti e Iran. Non è una pedalata dedicata a una sola guerra, ma contro la guerra.

“Sto facendo una pedalata e dico: guardate che bello. Ho preso un’iniziativa così perché nessuno prende iniziative, tutti aspettano le organizzazioni”. Ed è forse questa la frase che più di tutte racconta Adriano.

Così è arrivato anche a Cesenatico. La notte a Sala è solo una delle tante tappe di questo viaggio: una tenda montata accanto alla palestra della scuola elementare, praticamente davanti al campo sportivo della squadra locale. Non gli serve molto altro.

Per lavarsi esistono le reti di ospitalità per cicloturisti, come Warmshowers, che permettono ai viaggiatori in bicicletta di trovare persone disposte ad accoglierli. Per dormire basta la sua tenda. Per orientarsi, ormai, ha una lunga esperienza. E per comunicare ha il suo bandierone.

“La compagnia è l’ombra”, confida scherzando, mentre mostra i video che realizza durante il percorso. Pedala con la musica, filma, fotografa, manda immagini agli amici conosciuti in giro per il mondo.

Ogni strada diventa un messaggio. Ogni persona incontrata, un possibile compagno di viaggio. Perché Adriano non pensa mai soltanto alla tappa che sta percorrendo, ma già al viaggio successivo. “Vorrei portare dei ciclisti italiani in Cina”, racconta. E magari accompagnarli proprio nei luoghi dove ha vissuto per 26 anni.

Nella sua vita ci sono state l’Inghilterra, la Germania, l’America, la Cina. Ci sono state biciclette, karate, calcio, frisbee. Ci sono stati un vecchio scuolabus americano, una mountain bike, migliaia e migliaia di chilometri.

E, inevitabilmente, anche tanti amori. “Nel paese che vai trovi l’amore”, scherza. Ma poi aggiunge una frase che sembra quasi una filosofia di vita: “Quando finisce l’amore, la testa non può stare in due posti. Deve essere sempre presente”.

È forse per questo che ogni volta ha avuto il coraggio di cambiare tutto. Di partire, ricominciare, imparare ogni volta una lingua nuova. Di dormire in una tenda, prendere un aereo con una bicicletta al seguito, attraversare un continente, arrivare in un Paese dove nessuno lo conosceva e provare a farsi capire con un dizionario.

A 69 anni Adriano Paschetta continua a fare esattamente questo: pedala. E mentre pedala manda un messaggio semplice, quasi disarmante nella sua semplicità: la pace non deve essere soltanto qualcosa che chiediamo agli altri. Può essere anche un’iniziativa personale, un gesto, una bicicletta. Perfino una strada.

Quella strada, questa volta, è passata da Sala di Cesenatico. Adriano ha dormito in una tenda, accanto a una palestra. Poi, al mattino, ha rimesso tutto nelle borse, inforcato la bicicletta e ha ripreso il viaggio.

Perché per lui la pace, evidentemente, è soprattutto questo: non smettere mai di pedalare.

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