6 Ottobre, 2026 Cesenatico

Giudici politicizzati? Adesso conosciamo le dimensioni del fenomeno

Alla vigilia del referendum sulla giustizia, mentre il Paese si prepara a scegliere tra il sì e il no, c’è un punto che resta fermo comunque vada a finire nelle urne. Ed è forse il punto più rilevante lasciato in eredità da questa campagna: la magistratura politicizzata, da formula astratta e controversa, è diventata improvvisamente un fatto visibile.

Per anni se n’è parlato quasi sottovoce. La politicizzazione della magistratura è stata a lungo una materia sospesa tra sospetto e verità, tra denuncia e rimozione. C’era chi la considerava una leggenda buona per la polemica politica e chi invece la riteneva – come Silvio Berlusconi – una realtà ben radicata, ma difficile da dimostrare fino in fondo. Lo stesso vale per il correntismo: tutti sapevano che esisteva, pochi riuscivano a disegnarne davvero i contorni, il peso, i protagonisti, le appartenenze.

Questa campagna referendaria ha cambiato qualcosa. E lo ha fatto perché molti magistrati, in tutta Italia, hanno scelto di scendere apertamente nel dibattito pubblico, non limitandosi a spiegare in termini tecnici i contenuti della riforma, ma spingendosi spesso su un terreno dichiaratamente politico. 

È questo il passaggio decisivo. Per la prima volta, almeno con questa ampiezza, l’opinione pubblica ha potuto vedere in controluce una mappa che finora era rimasta sfocata: sensibilità progressiste, posizioni conservatrici, appartenenze culturali ben riconoscibili, schieramenti interni tutt’altro che marginali.

Naturalmente, questo non significa affermare che un orientamento politico interferisca automaticamente con il lavoro giudiziario. Sarebbe una conclusione ingiusta, semplicistica e anche pericolosa. Nessuno può sostenere seriamente che una sentenza nasca da una bandiera. Ma un conto è scrivere un editoriale, fare militanza culturale o partecipare alla contesa pubblica; un altro conto è esercitare una funzione che, per sua natura, pretende non solo imparzialità sostanziale, ma anche una percezione di assoluta terzietà.

Ed è qui che il tema assume un peso diverso. Perché nella giustizia, più che altrove, non conta soltanto essere imparziali: conta apparirlo in modo limpido, indiscutibile, credibile agli occhi dei cittadini. Se invece una campagna elettorale consegna all’opinione pubblica l’immagine di una parte della magistratura fortemente schierata (tanto a destra quanto a sinistra), allora è inevitabile che si apra una riflessione nuova, più concreta, meno astratta e teorica di quella a cui eravamo abituati.

Il punto, dunque, non è delegittimare la magistratura né mettere in discussione l’autonomia di un ordine fondamentale dello Stato. Il punto è prendere atto che questa campagna ha mostrato una dimensione del fenomeno molto più ampia di quanto molti immaginassero. 

Il referendum dirà se la riforma entrerà in vigore oppure no. Ma prima ancora del voto, una verità è già emersa: la magistratura politicizzata non è più un’ombra evocata nel retroscena. È una realtà che si è esposta da sola, in piena luce.

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