17 Ottobre, 2026 Cesenatico

I segreti della bella ostessa e il rifugio d’amore di Cagnacci

Quando ero bambino quella che a Cesenatico veniva chiamata “la piazzetta” non era un luogo ben definito, poiché il lemma poteva indicare contemporaneamente “Piazzetta delle erbe”, “Piazza delle Conserve” e “Piazza della Pescheria”: in pratica “è’ Mont”, il centro storico più accreditato del paese perché lì si era svolta in gran parte la vita della comunità, dal Rinascimento fino a poco prima degli anni del “boom”, anni ’50/’60 circa. 

In quella zona, nella Cesenatico post-rinascimentale, era assai fiorente l’attività commerciale, che raggiungeva il suo apice non solo il 25 luglio, in occasione della Grande Fiera di San Giacomo, ma anche nelle altre sei Grandi Fiere annuali che richiamavano lungo le due rive del porto leonardesco mercanti provenienti, via terra, dalla ricca Firenze e, via mare, da Venezia, dalle coste dalmate e dai Paesi Bassi. 

Nella “piazzetta” di allora erano numerose le locande scelte da mercanti e cavalieri, mentre uomini di mare e ciurme dalle possibilità economiche più modeste soggiornavano nelle bettole della “Valona”, sulla banchina sinistra del canale. 

Il 1600 fu un secolo d’oro per “Il Ciesenaticho” (così infatti veniva chiamato il nostro paese), sia per l’intensità degli scambi commerciali, sia per l’affluenza di mercanti, personaggi di alto lignaggio e artisti (specialmente pittori) che contribuirono ad incrementare il sorgere di osterie e locande. 

Fra queste, un’importanza di rilievo sicuramente ebbe la “Locanda dell’Oste Bella”, citata più volte nelle cronache del tempo. Chi era l’affascinante ostessa tanto avvenente da indurre per la sua notorietà nobili, cavalieri e potenti prelati a dipartirsi dalle grandi città per giungere “al Ciesenaticho” per chiederle un approccio intimo e peccaminoso? 

Nessun documento specifica il nome della conturbante ostessa, a cui il denaro importava relativamente, poiché ella respingeva la corte dei ricchi mercanti, facoltosi sì, ma volgari, mentre amava appartarsi con persone nobili, dal fare garbato, dai vestiti di seta… o di porpora. 

Ma dove poteva essere ubicata quattro secoli or sono l’intrigante locanda? Forse nell’angolo dell’attuale via Fiorentini con via Baldini (dove fino agli inizi del secolo scorso esisteva l’Osteria di Brizzi), ma più probabilmente dove oggi è ubicata la “Trattoria del Gallo”. Infatti, nella tavernetta del locale esistono tuttora muri che risalgono al 1600. 

In quella tavernetta sicuramente hanno chiacchierato, bevuto e cenato i pittori che in quegli anni erano intenti a decorare le chiese del borgo, come il lughese Cesare Fabbri, il forlivese Felice Cignani, Gian Francesco Nagli detto il Centino, che hanno abbellito la Chiesa dei frati Cappuccini, e sicuramente Guido Cagnacci, autore delle due opere nella Chiesa di San Giacomo e proprietario di una piccola abitazione di fianco all’attuale Ristorante San Marco. 

In questa sua modesta residenza, che chiamava “il mio capanno d’amore”, l’eccentrico pittore santarcangiolese incontrava segretamente Teodora Stivivi, nobildonna riminese, sua amante fin dalla giovinezza, la quale, benché sposata un paio di volte, non cessò mai di amoreggiare con l’uomo della sua vita. Un sentimento talmente contrastato quello dei due innamorati da indurre i parenti di Teodora a sguinzagliare per anni sicari in tutta Europa per togliere di mezzo il pittore, che riuscì sempre a sfuggire agli agguati, spesso trasferendosi all’estero alla corte di nobili casati per essere protetto. 

Alla morte del pittore (Vienna, 1663) la modesta dimora rimase abbandonata per quasi un secolo, finché fu distrutta da un incendio. La cosa strana è che proprio dove era la casa del Cagnacci, fino a una quindicina di anni fa, esisteva la Macelleria “de’ Cagnàz”, così chiamata dal soprannome del gestore, che non aveva niente a che fare col Cagnacci pittore del 1600. Solamente una circostanza casuale, ma assai strana. Uno di quei misteri che sollecitano “il volar alto” dell’immaginario popolare.

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