In mezzo alle polemiche di questi giorni, alimentate soprattutto dalla rimozione delle strutture esterne del Caffè Marivaux, il dibattito sul decoro urbano lungo il Porto Canale si arricchisce di una voce autorevole. È quella di Giovanni Lucchi, architetto cesenaticense, progettista e fondatore dello studio ARCH.I.T., nonché professionista da decenni impegnato nel campo della progettazione architettonica e urbanistica.
Lucchi parte da una premessa sulla quale, probabilmente, nessuno a Cesenatico avrebbe difficoltà a concordare: il Porto Canale leonardesco rappresenta un patrimonio unico nel suo genere, tra le caratteristiche che maggiormente distinguono la città dalle altre località turistiche della costa.
Una peculiarità che affonda le proprie radici nella storia stessa di Cesenatico. Nel 1502 Cesare Borgia, il Valentino, chiamò Leonardo da Vinci in Romagna per affidargli anche l’incarico di studiare il porto di Cesenatico. Il celebre Codice L conserva infatti sia una veduta prospettica della città sia una planimetria del porto canale.
Ma proprio perché il Porto Canale è un bene così prezioso, secondo Lucchi non può essere lasciato al caso. “Non si può lasciare che le cose vadano al caos”, è il ragionamento dell’architetto, che chiarisce subito di non essere contrario alla regolamentazione. Anzi, sostiene, una disciplina è necessaria. Il problema semmai è come viene costruita e, in particolare, quanto riesca a durare nel tempo.
Ed è qui che arriva il punto centrale della sua riflessione. Per Lucchi, nel corso degli anni si sono contrapposte due diverse concezioni del Porto Canale. Da una parte quella che lo immaginava come un autentico “museo a cielo aperto”, preservandone il più possibile l’immagine e limitando gli elementi legati alla vita commerciale; dall’altra chi considera il canale innanzitutto come luogo da vivere.
“Io penso che debba essere un luogo vissuto”, spiega. E non soltanto durante l’estate: “Soprattutto d’inverno”. Una posizione che lo porta a spostare completamente il punto di osservazione. “Bisogna passare dal quanto al come”, sostiene Lucchi. Pertanto non più una discussione fatta soltanto di metri quadrati, centimetri, numero di ombrelloni o dimensioni delle pedane, ma una riflessione sulla qualità complessiva degli interventi. Perché il Porto Canale, nella sua visione globale, può essere contemporaneamente bello, riconoscibile e vissuto.
È poi sulla stabilità delle regole che Lucchi lancia uno dei suoi affondi più netti. Il problema, spiega, è che chi lavora sul Porto Canale deve poter programmare gli investimenti sapendo che le regole non cambieranno continuamente. “È terribile – è l’essenza della sua riflessione – che uno faccia un investimento da 30, 40 o 50 mila euro per una pedana e poi, dopo alcuni anni, qualcuno si svegli e dica: butta via tutto e ripartiamo da capo”. Una situazione che l’architetto considera “intollerabile”, poiché significa chiedere agli imprenditori di sostenere costi sulla base di una disciplina che potrebbe essere modificata pochi anni dopo.
La parola chiave, quindi, diventa durabilità. “Bisogna garantire a chi investe sul canale una normativa che sia di durabilità nel tempo”, sostiene ancora Lucchi. Una richiesta che si inserisce perfettamente nel momento di tensione vissuto dagli operatori del centro storico, alle prese con prescrizioni, continui controlli e adeguamenti degli arredi.
E allora quale dovrebbe essere, secondo Lucchi, il futuro del Porto Canale? Non un canale svuotato di ogni elemento commerciale, ma nemmeno uno spazio lasciato al libero accumulo di strutture. La soluzione, nella sua visione, passa attraverso dehors progettati con qualità architettonica, capaci di integrarsi nel paesaggio e rendere il canale attrattivo anche nei mesi più freddi.
Lucchi arriva persino a suggerire uno slogan: “Il sole sotto vetro”. L’idea è quella di dehors prevalentemente vetrati, trasparenti, il meno invasivi possibile, ma comunque capaci di permettere alle attività di lavorare e alle persone di vivere il Porto Canale anche durante l’inverno. Una concezione che, secondo l’architetto, non sarebbe affatto incompatibile con la tutela del paesaggio. Anzi, a suo avviso, è proprio attraverso una progettazione accurata che si potrebbe trovare un equilibrio reale tra le diverse esigenze.
Ed è qui che Lucchi introduce un ulteriore elemento interessante: non una soluzione identica per tutti, ma una progettazione complessiva capace di integrare diverse tipologie. “Dovrebbe esserci una progettazione unitaria non standardizzata”, è la sua proposta. In sostanza un quadro architettonico comune, dove gli operatori possano scegliere tra diverse soluzioni compatibili con il contesto.
Naturalmente, l’architetto riconosce che esistono limiti che non possono essere messi in discussione. Il Porto Canale deve continuare a garantire il passaggio dei mezzi di soccorso, dei veicoli necessari ai rifornimenti delle attività, l’accesso alle banchine e tutti gli spazi indispensabili alla sicurezza e per la piena funzionalità dell’area. E poi c’è il rapporto con la Soprintendenza, che deve necessariamente essere coinvolta quando sono in gioco gli aspetti di tutela paesaggistica e storico-architettonica.
Ma, una volta garantiti questi elementi, Lucchi non condivide una concezione eccessivamente restrittiva. “Avere una visione minimalista, a mio avviso, non è condivisibile”, conclude.
La posizione di Lucchi porta dunque la discussione oltre la singola sedia, il singolo tavolino, la singola pedana o il singolo dehors. La domanda diventa così molto più ampia: che cosa vuole essere il Porto Canale di Cesenatico nei prossimi decenni? Un monumento da contemplare, preservandolo quasi immutato, oppure un luogo storico capace di continuare a essere centro della vita cittadina, del commercio e dell’accoglienza turistica?
Per Lucchi la risposta è chiara: “Il Porto Canale deve essere vissuto”. Ma proprio perché deve essere vissuto, deve anche essere progettato. Non caos, dunque. Nessuna anarchia, ma nemmeno una successione infinita di regolamenti che costringa gli imprenditori a rifare continuamente ciò che avevano appena realizzato.
La sfida, secondo l’architetto, è passare dal “quanto” al “come”: meno attenzione al semplice conteggio dei centimetri e più attenzione alla qualità complessiva dell’immagine del Porto Canale.