“Caro, grande Amico”: comincia così una lettera che racconta molto più di un semplice scambio di cortesie tra due protagonisti della letteratura italiana. A scriverla il 5 dicembre 1931, da Cesenatico, è Marino Moretti; a riceverla, invece, è Luigi Pirandello. Al centro un discorso su Giovanni Verga che aveva avuto il coraggio di andare controcorrente, pronunciato dal drammaturgo all’Accademia d’Italia, nel cuore delle istituzioni culturali del regime fascista.
Moretti non nasconde la propria ammirazione. “Chi oserebbe oggi in Italia parlare così? Tutti hanno paura; Lei solo non ha paura ed ha invece l’autorità che manca a qualsiasi altro artista italiano”, scrive. Parole nette, che restituiscono il clima culturale dell’epoca e il valore attribuito dal poeta romagnolo all’indipendenza intellettuale di Pirandello.

Nel suo intervento, il drammaturgo aveva celebrato la forza essenziale dell’arte di Verga, contrapponendola alla letteratura identificata con Gabriele D’Annunzio. Una presa di posizione scomoda, tanto da suscitare malumori negli ambienti del regime. Moretti, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce, ne coglie immediatamente la portata. Arriva a definire Pirandello un “grande filtro” capace di purgare la letteratura italiana dalla retorica dominante.
La stima, inoltre, non si esaurisce in quella prima lettera. Il 13 gennaio 1932 Moretti torna a scrivere, temendo che il precedente messaggio non sia arrivato a destinazione. Definisce il discorso su Verga “un grido d’amore e di riconoscenza” e precisa di non voler esprimere una semplice adesione: “un consenso umile, appassionato, silenzioso – cose e non parole”. È la testimonianza di una vicinanza sincera, che unisce ammirazione artistica e reale condivisione di un’idea rigorosa della letteratura.

Del resto, il legame aveva radici più lontane. Già nel marzo 1908 Moretti aveva dedicato a Pirandello La serenata delle zanzare, chiedendone il giudizio e la simpatia. Negli anni successivi gli inviò altri volumi, fino a La voce di Dio, nel 1931, accompagnato dalla dedica “con antica devota ammirazione”.
Le lettere, custodite presso l’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo a Roma, sono oggi parte di una storia che tocca da vicino Cesenatico e già coinvolge gli studi d’archivio a Casa Moretti, lungo il Porto Canale. Un patrimonio che permette ora di riscoprire, attraverso la voce diretta del poeta, un dialogo letterario proseguito almeno per un quarto di secolo, insieme ad una testimonianza preziosa del coraggio di dire ciò che altri, in quel tempo, preferivano tacere.