22 Ottobre, 2026 Cesenatico

Peppino Manzi a Cesenatico: il padre di tutti i barman ha trovato il suo “esilio dorato”

A nove anni già lavorava: la mattina in bottega, il pomeriggio a scuola, fino a completare le elementari. Il padre era morto prematuramente e in casa bisognava andare avanti, così Peppino Manzi ha presto imparato che la vita non regala niente. Ma forse proprio da quell’infanzia difficile è nata la passione che, poi, lo avrebbe portato a diventare uno dei nomi più importanti nella cultura italiana del bar.

La sua storia comincia a Cervia, tra i primi locali e le lunghe giornate di lavoro. Arrivano i viaggi, le esperienze in Germania, Svizzera e Inghilterra, le stagioni tra Cortina d’Ampezzo e Madonna di Campiglio. Un percorso che gli permette di conoscere mondi diversi e affinare un mestiere che, per lui, non sarà mai soltanto preparare cocktail: significa accogliere, ascoltare, mettere innanzitutto le persone a proprio agio.

Nel 1968 dirige il ristorante Il Caminetto a Milano Marittima. L’anno seguente, insieme alla moglie Luisa Giorni, apre il Cluny Piano Bar: è l’inizio di una stagione straordinaria. Per oltre trent’anni il locale diventa un autentico punto di riferimento della vita serale della Riviera, frequentato da clienti affezionati, musicisti e pianisti. Luisa gli è accanto, con quella sensibilità e la capacità di accogliere che Peppino riconosce come qualità decisive. Si sono sposati nel 1966: una vita insieme, tre figli, il lavoro condiviso e una complicità che resiste tutt’ora, come anche nelle fatiche di un’attività nella quale, ammette lui stesso, era molto esigente.

Ma Manzi non si accontenta del successo dietro al bancone: vuole trasmettere ciò che ha imparato. Dal 1971 insegna negli istituti alberghieri e si accorge che il bar, a differenza della cucina e del servizio di sala, è spesso relegato ai margini della formazione. Decide di colmare quel vuoto e nel 1980 pubblica il Manuale del barman, destinato a diventare un riferimento per generazioni di studenti. Nel 1985 realizza perfino un progetto di videodidattica, mentre nel 1988 organizza e conduce il primo corso ministeriale di aggiornamento per la didattica del bar. È così che nasce il soprannome con cui ancora oggi viene ricordato: “Il papà dei barman italiani”.

Poi arriva la ferita più dolorosa. Dopo quarant’anni di lavoro, il Cluny chiude: la vicenda legata allo sfratto e la perdita del locale, raccontate da Manzi come un trauma umano ed economico, lo costringono a lasciare un mondo al quale aveva dedicato tutta la vita. Nel 2005 lui e Luisa si trasferiscono a Cesenatico, a Cannucceto, nella casa della figlia maggiore. Peppino definisce quel passaggio un “esilio dorato”. Dietro l’espressione c’è una sofferenza che non nasconde: sentirsi strappato al proprio locale, vedere dissolversi in pochi giorni ciò che era stato costruito nell’arco di decenni.

Eppure, proprio Cesenatico diventa il luogo della ripartenza. All’inizio si alternano smarrimento e la sensazione di aver perso tutto. Poi la scrittura, i libri, i ricordi da mettere in ordine. E soprattutto l’incontro con i fratelli Fabio e Stefano Renzetti, che lo aiutano a ritrovare la strada del suo mestiere: “Mi hanno dato una seconda vita”, racconta con sincera gratitudine.

Da allora Manzi continua a studiare, raccogliere storie, scrivere. Ha riunito in un libro le esperienze di 42 tra ex allievi e collaboratori, non per celebrare se stesso, ma perché quei racconti, dice, “possano arrivare ai giovani e dimostrare che cosa significhi davvero imparare una professione”. Ha lavorato anche a una raccolta di ricette e tradizioni gastronomiche del Mediterraneo, convinto che dietro ogni preparazione ci siano una cultura e una storia da salvare.

Oggi, dalla sua casa di Cannucceto, guarda alla Riviera con gli occhi di chi l’ha vissuta nel momento del suo massimo splendore. Ricorda la Milano Marittima costruita anche dai locali, dagli imprenditori e dagli artisti che ne animavano le notti; osserva con preoccupazione i cambiamenti in corso e si domanda perché non si riesca a recuperare quella cultura dell’accoglienza. E rivolge lo stesso sguardo a Cesenatico, città che lo ha accolto dopo la fine di un’epoca e nella quale vorrebbe vedere nuove idee, coraggio imprenditoriale e luoghi capaci di tornare a riunire le persone.

La sua lezione, in fondo, è sempre la stessa: un bar non è soltanto un bancone, così come una vita intera non coincide con il momento in cui sembra aver perso la propria essenza. Entrambi sono fatti di relazioni, cura, conoscenza e memoria. Peppino Manzi lo ha insegnato a generazioni di barman e continua a farlo ancora oggi da Cesenatico, dove, dopo la gloria e il dolore, ha trovato la forza di ricominciare.

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