6 Ottobre, 2026 Cesenatico

Referendum sulla Giustizia: l’avvocato Giulio Cola a favore della separazione delle carriere

Inizia il conto alla rovescia verso il referendum sulla Giustizia, in programma il 22 e 23 marzo 2026. Mentre la politica cristallizza gli schieramenti e il dibattito pubblico comincia ad accendersi, assume particolare rilievo la voce dei professionisti del diritto: avvocati e operatori che vivono quotidianamente il sistema giudiziario e le aule di tribunale e che, grazie a esperienza e competenza, possono evidenziare vantaggi e criticità della riforma in esame.

L’avvocato Giulio Cola, che opera con il proprio studio legale a Cesena, propone di seguito la sua visione con un obiettivo primario: informare l’opinione pubblica, senza tuttavia nascondere la propria posizione in vista del voto.

Avvocato, l’elettorato italiano si appresta, ancora una volta, a recarsi alle urne. In questo caso per pronunciarsi sulla riforma della Giustizia. Chiarisca, innanzitutto, che cosa significha “giustizia” nel 2026…

“Ad oggi, il termine giustizia sembra aver perso parte del suo significato, in un contesto in cui televisione e stampa tendono a concentrarsi soprattutto sulle controversie legate alla cronaca nera. Chiedono ‘giustizia’, ad esempio, i familiari delle vittime e spesso ottengono solo nervosismo, dolore e stanchezza: la base di un calvario che termina, nella migliore delle ipotesi, con un risarcimento economico e con condanne percepite come insufficienti. Tengo a sottolineare che questo non accade solo perché siamo in Italia: esistono realtà ben peggiori. Il nostro Paese, però, non dispone attualmente di risorse economiche adeguate né di un numero sufficiente di magistrati per sostenere l’intero sistema. Personalmente auspico che, qualora dovesse prevalere il Sì, la separazione delle carriere rappresenti soltanto l’inizio di una serie di interventi più ampi, capaci di colmare le lacune attuali: ad esempio, incrementare il numero di giudici e cancellieri per consentire una gestione più rapida ed efficiente dei procedimenti.”

Dalle sue parole sembra evidente una posizione favorevole alla riforma. Conferma, in tal senso, il suo rapporto con il Comitato “Sì Riforma”, coordinato dall’avvocato Jonathan Baratella?

“In primo luogo, non ho difficoltà ad ammettere che voterò Sì al referendum. Quanto al mio rapporto con il Comitato ‘Sì Riforma’, è nato in modo del tutto casuale: conosco il collega Baratella dai primi anni Duemila e, durante un recente confronto di lavoro, mi ha proposto di farne parte. In un primo momento ho accettato, salvo poi fare un passo indietro, pur garantendo il mio pieno sostegno dall’esterno.”

Entriamo nel merito: il sistema giudiziario italiano ha davvero urgenza di separare le carriere dei magistrati, oppure si tratta della classica campagna politica, utile agli equilibri del Governo più che ai cittadini?

“A mio avviso, l’esigenza di un’innovazione è evidente nella differenza sostanziale tra le competenze richieste a chi svolge la funzione inquirente e a chi svolge la funzione giudicante. Un buon pubblico ministero deve essere, innanzitutto, curioso e capace di sviluppare solide competenze di coordinamento, delegando alla polizia giudiziaria operazioni investigative delicate e complesse. Ritengo infatti che un bravo pm sia, in molti aspetti, simile a un manager: deve saper organizzare, guidare e motivare un gruppo di specialisti. Il giudice, invece, ha un compito diverso: valutare una condotta e le sue conseguenze penalmente rilevanti, non ‘giudicare la persona’. Per questo necessita di capacità anche psicologiche e sociologiche, legate al ruolo di direzione del processo e, per esempio, all’acquisizione della prova nel corso del dibattimento. Servono inoltre attitudini personali e una solidità non solo tecnica, ma anche umana, indispensabile per reggere procedimenti lunghi e complessi senza subire l’influenza del processo stesso. Il sistema, in definitiva, ha bisogno di professionisti autentici in entrambi i ruoli. Per questo invoco, tra l’altro, percorsi formativi distinti e meccanismi di controllo separati, a garanzia di una tutela più effettiva del cittadino.”

Il dibattito pubblico sta assumendo toni molto duri, anche verbalmente violenti, tanto da richiedere l’intervento del Presidente della Repubblica al Csm. Esistono argomenti che possano unire senza alimentare ulteriormente le tensioni?

“Dagli Stati Uniti al Canada, dal Portogallo alla Spagna, dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania ai Paesi scandinavi, fino al Giappone: molte tra le principali democrazie globali, per storia e attualità, adottano da tempo un modello basato sulla separazione delle carriere. L’Italia, pertanto, non farebbe altro che allinearsi a un’impostazione già consolidata altrove. Inoltre, non è necessario ascoltare solo chi, a destra, sostiene convintamente la riforma: invito piuttosto a recuperare le posizioni di chi, sei o sette anni fa, si dichiarava favorevole e oggi – probabilmente per strategia politica – afferma il contrario.”

In conclusione: quale ritiene sia l’orientamento dell’avvocatura rispetto alla riforma? E quale sarebbe il suo pronostico “a caldo”?

“La mia è, ovviamente, una rappresentanza parziale, ma credo che l’avvocatura — per come la conosco — sia tendenzialmente orientata verso il Sì, anche con una maggioranza significativa. Penso, invece, che la magistratura sia in larga misura schierata per il No, pur con qualche ‘franco tiratore’ che potrebbe essere convinto dalla prospettiva di una riforma successiva, più profonda e complessiva. Il mio pronostico è questo: vinceranno i Sì, ma con un margine ridotto.”

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