Ci si divertiva così. Si partiva con un innocuo gavettone, poi da cosa nasceva cosa e si finiva col tirarsi addosso l’Oceano Indiano.
Quando non c’era il rischio di bagnare smartphone e Iqos, i giovani dell’era analogica, a Ferragosto, avevano un rito laico da santificare: tirare i gavettoni (di solito alle ragazze più carine).
Tanto che, fino a qualche anno fa, per arginare questa pratica tribale, si emanavano ordinanze comunali e, visto che (come per i botti a Capodanno) non servivano a niente, non restava altro da fare che sigillare le fontane pubbliche e tappare qualsiasi fonte idrica utilizzata per confezionare le “bombe d’acqua’.
Perchè, puntualmente, nella guerra dei gavettoni, ci finiva anche chi non c’entrava niente: la mamma col bambino, l’anziano col bastone, la giovane appena uscita dal parrucchiere, il turista tedesco modello “gerarca delle SS” che, sfiorato da una sola goccia, sbottava feroce: “Italianer Scheiße”.
E poi c’erano i veri teppisti (altro che i maranza di oggi), quelli che si spingevano oltre, che lanciavano i gavettoni dal quarto piano dell’hotel e, in quei casi, gli esiti li leggevi il giorno dopo sui giornali. Insomma, a Ferragosto iniziava tutto con un gavettone e finiva come in un “Fight Club”.
In alcuni casi, però, il gavettone altro non era che un’avance primordiale e, dopo aver rischiato sonori ceffoni, a volte, ci si ritrovava a guardarsi negli occhi davanti ad un gelato. Con lo sguardo da ebeti e i capelli bagnati. Perchè la seduzione è un’arte: richiede tatto, tecnica e intuito ma, in quegli anni, anche un gavettone in faccia poteva aiutare.
