22 Settembre, 2026 Cesenatico

Bivacchi ai Cappuccini, la rabbia dei clochard: “Tutti parlano di noi, ma nessuno parla con noi”

C’è un pezzo di questa vicenda rimasto finora inascoltato. Oggi, dopo la tregua invernale, il ritorno dei bivacchi nell’area di Largo Cappuccini riporta al centro dell’attenzione un tema che continua a dividere l’opinione pubblica tra sicurezza, decoro e servizi. Ma, nel mezzo del dibattito cittadino, restano spesso fuori campo proprio le voci di chi quella realtà la vive ogni giorno, senza filtri.

Sono storie spezzate, consumate tra cartoni, coperte e notti passate sotto un portico. Storie che raramente trovano spazio nel confronto pubblico. “Noi chiediamo solo un alloggio”, racconta uno dei due uomini incontrati nell’adiacente Piazza del Monte. Poi precisa: “Non una casa, ma un bagno dove lavarci e due letti che ci evitino di dormire ancora per terra”.

La sua storia comincia lontano, dagli anni trascorsi a lavorare a Bologna. “Ho sempre pagato le tasse”, sottolinea. Poi la perdita dell’occupazione e una serie di eventi che lo hanno progressivamente spinto ai margini. “Ho lavorato senza sosta per dieci anni – racconta – poi ho perso tutto. Ho deciso di trasferirmi a Cesenatico per un lavoro stagionale in albergo, ma una volta terminato mi sono fidato delle persone sbagliate e mi sono ritrovato in strada”.

Accanto a lui c’è un uomo di origine rumena, in Italia da 17 anni. “Ogni tanto riesco anche a tornare a casa – dice – ma quando rientro mi ritrovo puntualmente nella stessa condizione”. A rendere ancora più difficile la sua situazione sono i problemi di salute: “Sto male per gravi problemi al fegato”, confida. La sua quotidianità si divide così tra ospedali e strada, in un equilibrio precario che, come ammette lui stesso, “non si può reggere vivendo all’aperto”.

Le giornate scorrono tra piccoli aiuti e grandi incertezze. La mensa garantisce un pasto caldo e il servizio doccia, ma il vero nodo resta la notte. “Al momento siamo accampati qui, ma spesso arrivano i vigili e ci mandano via – racconta uno di loro –. Ci dicono di spostarci, ma dove dovremmo andare? È sempre la stessa storia”.

Il rischio, spiegano, non è solo quello di essere allontanati, ma anche di incorrere in sanzioni o fogli di via da alcune zone della città. E al momento nemmeno il dormitorio sembra rappresentare una risposta concreta. “Ci dicono di aspettare un mese – prosegue – ma probabilmente a breve inizierò a lavorare. Come faccio? Vado a lavorare e poi torno a dormire per terra?”.

È un paradosso che rende ancora più difficile qualsiasi tentativo di uscire dalla marginalità. “Se uno vuole rimettersi in piedi, deve almeno avere un posto dove stare”, concordano entrambi.

Le loro parole smontano anche uno degli stereotipi più diffusi. “Ci sono persone che scelgono questa vita, ma altri, come noi, ci finiscono per sfortuna”. E insistono su un punto preciso: “Non diamo fastidio a nessuno, non chiediamo soldi e non occupiamo case. Vorremmo soltanto una possibilità”.

Dal loro racconto emerge soprattutto un profondo senso di invisibilità. “Tutti parlano di noi, ma nessuno parla con noi”. Una frase che diventa anche un appello diretto al sindaco Matteo Gozzoli: “Vorremmo che venisse qui, in strada, per vedere con i propri occhi come viviamo”.

“Non chiediamo promesse – aggiungono – ma un ascolto sincero, perché chi deve decidere sul nostro futuro possa farlo conoscendo davvero la nostra situazione”. Quel confronto, spiegano, finora non c’è mai stato davvero. “Siamo andati più volte in Comune, ma non siamo mai riusciti a parlare direttamente col primo cittadino. Siamo sempre stati rimandati”.

Eppure, secondo loro, per cambiare le cose non servirebbero interventi straordinari. “Ci sono già strutture vuote e spazi inutilizzati. Non occorrono grandi lavori, solo il minimo indispensabile per poterci vivere”.

Intanto le notti continuano a trascorrere tutte uguali, tra freddo, cartoni e coperte di fortuna. “La mattina ti alzi con il mal di schiena e il freddo addosso. E pensi: possibile che non esista un’altra soluzione?”.

Nel mezzo di un dibattito che fatica ancora a trovare una sintesi, la loro voce riporta tutto su un piano concreto. Non numeri, non categorie, ma persone. “Non vogliamo restare così – concludono –. Vogliamo solo rimetterci in piedi”.

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