Secondo alcuni lo slogan “L’Italia agli italiani” rappresenta una legittima affermazione identitaria, mentre per altri un messaggio inevitabilmente escludente. C’è poi chi prova ad andare oltre, spostando il dibattito su un terreno diverso.
È il caso dell’ex sindaco di Cesenatico Roberto Buda, oggi consigliere comunale di opposizione, ma innanzitutto docente di Matematica e Fisica presso il Liceo Scientifico “Enzo Ferrari” di Cesenatico.
Dopo la radicale polarizzazione dei giorni scorsi, Buda propone invece una riflessione che nasce da un presupposto semplice: amare il proprio Paese non significa necessariamente rivendicarne il possesso: “Personalmente è uno slogan che non condivido”, esordisce. “La vita è un dono e chi nasce in Italia riceve il privilegio di vivere in uno dei Paesi più belli del mondo, sia dal punto di vista ambientale che culturale. Proprio per questo non mi piace l’idea di considerare l’Italia come qualcosa di solo nostro, da non concedere a nessun altro”.
Nella sua lettura il vero compito degli italiani non è difendere “una proprietà esclusiva”, quanto custodire e valorizzare il patrimonio ricevuto in eredità: “Abbiamo il dovere di tutelare la bellezza, la storia e la cultura del nostro Paese. Questo implica anche aprirsi agli altri, al turismo e a chi desidera vivere qui, purché nel pieno rispetto delle regole”. Buda riconosce però che dietro lo slogan esposto al Liceo Monti possa celarsi un’intenzione diversa da quella che molti vi hanno letto. “Credo che una parte del messaggio possa essere interpretata come il desiderio di proteggere ciò che abbiamo – osserva – più che come la volontà di escludere qualcuno”. Una distinzione che, tuttavia, non elimina la necessità di fissare alcuni principi. Il primo riguarda la legalità: “L’Italia è una democrazia fondata sulle leggi. Chi desidera venire nel nostro Paese deve poterlo fare nel pieno rispetto delle regole previste dal nostro ordinamento”.
Il secondo riguarda la gestione dei flussi migratori: “Accoglienza non significa assenza di limiti. Ogni Paese deve poter accogliere un numero di persone compatibile con le proprie capacità di integrazione e assistenza”. Allo stesso tempo, il docente richiama l’attenzione sul fenomeno delle tratte illegali che sfruttano migliaia di persone in fuga da guerre, povertà e instabilità. “Chi lucra sulla disperazione umana deve essere fermato. È una battaglia di civiltà che va combattuta con assoluta determinazione”.
Nella riflessione di Buda trova spazio perfino il tema religioso, spesso intrecciato alle discussioni sull’identità nazionale. “Sono favorevole alla libertà religiosa e credo fermamente che ciascuno debba poter professare la propria fede. Tuttavia, non possiamo dimenticare che la storia e la cultura italiane sono profondamente legate al Cristianesimo. Comprendere l’Italia vuole dire comprendere anche le sue radici cristiane”.
Per questo, secondo l’ex sindaco, il rispetto per tutte le confessioni non deve tradursi nell’appiattimento delle differenze culturali. “Libertà religiosa non significa che tutto sia uguale o che la nostra storia debba essere relativizzata. Le radici cristiane del Paese rappresentano un elemento fondamentale della nostra identità culturale”.
Da docente, però, Buda invita anche a guardare oltre la polemica: “Che i giovani esprimano il loro pensiero è una cosa molto positiva”. Nelle sue classi, racconta, incoraggia costantemente gli studenti a seguire l’attualità e a confrontarsi con le grandi questioni del presente per costruire una propria coscienza critica. “Li vedo sempre più distaccati dalla politica, dalla filosofia e dalla ricerca della verità. Per questo – spiega – considero positivo che nella scuola ci sia vitalità, che i ragazzi sentano il bisogno di prendere posizione”. Ciò non significa che ogni modalità sia condivisibile. Pur ribadendo di non apprezzare lo slogan esposto al Monti, il professore ritiene che la scuola debba saper trasformare episodi simili in occasioni di dialogo. “I luoghi migliori per esprimere le proprie idee restano il confronto, le assemblee, il dibattito tra studenti e docenti”, osserva. E a sostegno di questa tesi cita un episodio specifico, avvenuto proprio quest’anno al Liceo Ferrari, dove un gruppo di studenti ha distribuito un volantino molto critico verso l’ambiente scolastico. Quel testo, ricorda, ha suscitato reazioni contrastanti tra gli insegnanti, ma soprattutto ha generato discussione e confronto: “È stata una cosa bella, perché ha costretto tutti ad interrogarsi e dialogare”.
Al centro della sua riflessione emerge un principio che ripete spesso ai ragazzi: mai innamorarsi delle proprie idee, bensì della verità. “Le nostre convinzioni devono sempre poter essere messe in discussione. La verità si raggiunge per approssimazioni successive e nessuno ne possiede l’interezza assoluta”. Per questo Buda invita a leggere anche il caso Monti senza semplificazioni. “I giovani tendono naturalmente a vedere il mondo in bianco e nero. Solo con il tempo, infatti, si scopre che la realtà è fatta di tante sfumature. Il compito degli adulti e della scuola non è spegnere quella passione, ma accompagnarla, aiutando i ragazzi ad andare più a fondo nelle proprie convinzioni e a confrontarle con quelle degli altri”. E conclude: “Anche quei ragazzi hanno rischiato il giudizio altrui. Non condivido la modalità scelta – ribadisce il docente – ma credo sia sempre più utile aprire un dialogo che chiudere una porta. La scuola dovrebbe servire anche a questo”.
Le parole di Buda aggiungono così una sfumatura ulteriore nel confronto nato attorno al caso Monti, offrendo un convinto passo oltre l’oramai stagnante disputa politica.
Se per alcuni il patriottismo coincide con la rivendicazione dell’identità nazionale e per altri rischia di trasformarsi in esclusione, l’insegnante inaugura una terza via: considerare l’Italia non come una proprietà da difendere dagli altri, ma in quanto “eredità da custodire e trasmettere”. Una prospettiva che non cancella le divisioni emerse negli ultimi giorni, ma che prova a spostare il dibattito da una contrapposizione ideologica ad un quesito quanto mai concreto: quali responsabilità abbiamo verso il Paese che abbiamo ricevuto in dono?