22 Settembre, 2026 Cesenatico
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Colonia Varese, il gigante di cemento tra storia, guerra e leggenda

Nel 1983 Pupi Avati scelse la Colonia Varese di Milano Marittima come una delle location della pellicola “Zeder”, trasformandola nella misteriosa “Colonia di Spina”. Nella fantasia del film, tra quelle mura si nascondeva uno dei famigerati “terreni K”, capaci di mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Da allora quel gigantesco scheletro di cemento non è più soltanto un rudere, ma un luogo avvolto da un’aura inquietante e quasi leggendaria.

La Colonia Marina Varese, originariamente intitolata a Costanzo Ciano, è uno degli edifici più emblematici di Milano Marittima. La sua storia racchiude molte vite: monumento del progetto balneare fascista, struttura militare, ospedale di guerra, luogo di detenzione, set cinematografico e infine enorme complesso abbandonato.

L’idea della costruzione nacque nel 1936, quando la Federazione fascista di Varese avviò le trattative con il Comune di Cervia per ottenere un’area sulla costa dove realizzare una propria colonia marina. Il progetto venne affidato nel 1937 all’architetto Mario Loreti, mentre i lavori furono assegnati alla Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna. Il cantiere partì nel 1938 e l’inaugurazione avvenne l’anno successivo. La struttura venne intitolata a Costanzo Ciano, figura di primo piano del regime fascista.

Per l’epoca era un complesso imponente: secondo le diverse fonti poteva accogliere tra i 700 ed i mille bambini e sorgeva su un’area di circa sei ettari, comprendente pineta e spiaggia.

La parte più affascinante è probabilmente quella architettonica. La pianta dell’edificio venne concepita per ricordare un aeroplano, una sorta di gigantesco velivolo posato tra la pineta e l’arenile. Il complesso si sviluppava attorno a una monumentale struttura in cemento armato, caratterizzata dalle grandi rampe centrali, mentre i dormitori occupavano i corpi retrostanti di cinque piani.

È uno degli esempi più significativi dell’architettura razionalista italiana degli anni Trenta, capace di combinare monumentalità, geometria, funzionalità e celebrazione della modernità, secondo i canoni promossi dal regime.

La colonia, tuttavia, ebbe una vita brevissima. Dal giugno 1940, con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, accolse per circa un anno i figli degli italiani residenti a Tripoli, rimpatriati a causa del conflitto. Successivamente l’edificio cambiò completamente destinazione e venne utilizzato dalle truppe tedesche come ospedale militare e luogo di detenzione per i prigionieri.

Sulla facciata rivolta verso il mare sono ancora visibili le grandi croci rosse che ricordano la funzione sanitaria assunta durante la guerra. Al termine del conflitto il complesso risultava gravemente danneggiato.

Cominciò allora la seconda vita della Colonia Varese, segnata soprattutto dall’abbandono. Nel dopoguerra vennero ricostruite le rampe, ma l’edificio non tornò mai a svolgere la funzione per la quale era stato progettato. Già negli anni Cinquanta era sostanzialmente inutilizzato. Nel decennio successivo fu avviato un intervento di restauro, rimasto però incompiuto.

Con il passare del tempo la colonia si trasformò in un enorme scheletro razionalista, nascosto dalla pineta a pochi metri dal mare. Tra il 2014 e il 2020 si sono verificati anche diversi crolli, che hanno ulteriormente aggravato le condizioni di una struttura già estremamente fragile.

Oggi il complesso appartiene alla Regione Emilia-Romagna ed è sottoposto a tutela. Il Ministero della Cultura lo considera un bene di interesse storico e architettonico. La colonia, inoltre, sorge in un contesto naturale di grande valore, tra pineta, dune e arenile, all’interno della rete ambientale europea Natura 2000.

Il 2 aprile la Colonia Varese è tornata concretamente al centro dell’attenzione. La Regione Emilia-Romagna ha stanziato circa 2,5 milioni di euro per la prima fase dell’intervento, destinata alla messa in sicurezza del complesso e alla riapertura al pubblico della pineta. Per l’edificio è previsto successivamente un progetto pilota di recupero.

Dopo quasi novant’anni, il grande “aeroplano” di cemento potrebbe così aprire un nuovo capitolo della propria storia: non più soltanto rudere, memoria di guerra o scenario cinematografico, ma patrimonio da proteggere e restituire alla comunità.

La VoceRomagnola

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