Una serata destinata a rimanere impressa nella storia del Bakia Cesenatico. La vittoria per 3-1 sull’Imolese nella finalissima del 50° Torneo Sarti, disputata sul prestigioso prato dell’Orogel Stadium “Dino Manuzzi” di Cesena, ha consegnato ai Giovanissimi 2011 biancoazzurri un successo memorabile.
Una cavalcata straordinaria, culminata con il trionfo nella competizione giovanile più antica e prestigiosa della Romagna. Tra i grandi protagonisti della serata spicca senza dubbio Lorenzo Guagneli, allenatore per la formazione Under 15 e capitano della Prima Squadra del Bakia impegnata nel campionato di Promozione.
Per lui non solo la gioia del trofeo conquistato, ma anche il riconoscimento personale come miglior allenatore del torneo. A poche ore dal successo, Guagneli ha raccontato emozioni, retroscena e prospettive future.
Mister Guagneli, che emozione prova nell’essere il primo allenatore nella storia del Bakia a vincere il Trofeo Sarti?
“L’emozione è tanta. Rappresenta innanzitutto un traguardo inaspettato, sia per me sia per i ragazzi. Fino a tre settimane fa, dopo la sconfitta contro il Fano nella prima partita del girone, ci davano tutti per spacciati e forse, in parte, non ci credevamo neanche noi. Da quel momento, però, è cambiato qualcosa negli occhi dei ragazzi. Hanno trovato una grinta che durante l’anno non avevano mai mostrato con continuità, fino a raggiungere un risultato fantastico”.
Oltre alla vittoria del trofeo è arrivato anche il premio come miglior allenatore. Una soddisfazione personale importante…
“Sì, ma resta un premio che appartiene soprattutto ai ragazzi: senza di loro non avrei mai potuto riceverlo. È il frutto del lavoro svolto insieme e di quel cambiamento di mentalità che siamo riusciti a costruire. Forse ho contribuito personalmente a far scattare qualcosa, ma il 90-95% del merito è loro. Hanno messo in campo prestazioni straordinarie e una cattiveria agonistica incredibile. Questo riconoscimento mi gratifica in particolare per i sacrifici fatti durante la stagione: allenamenti con la neve al parco quando gli spogliatoi non erano disponibili, sotto la pioggia o con il sole cocente. È il riconoscimento all’impegno mio e di questi ragazzi”.
Più di 500 persone sugli spalti del Manuzzi. Che emozione è stata vivere la finale in uno stadio così importante?
“Durante il giorno non ero particolarmente teso, perché ero consapevole della crescita che aveva avuto la squadra. Tuttavia, quando siamo arrivati nei pressi dello stadio con il pullman di squadra ho iniziato ad avere la pelle d’oca. Non mi era mai capitato di allenare in uno stadio di questo livello. Quando siamo entrati e abbiamo visto l’impianto è stata una sensazione incredibile. Ma il momento più emozionante è stato il riscaldamento: c’erano già i nostri tifosi, circa duecento, che ci hanno accolto con un boato. Poi, pochi secondi prima del fischio d’inizio, con l’Inno d’Italia accompagnato dal sostegno di chi ci ha seguito, è stato qualcosa di indescrivibile”.

Dal punto di vista tecnico, invece, come ha vissuto una partita così intensa tra svantaggio, rimonta e allungo decisivo?
“Avevamo preparato una gara diversa dal solito. Normalmente andiamo a prendere gli avversari molto alti, uomo contro uomo, ma conoscevamo il valore dell’Imolese per cui abbiamo deciso di aspettarli più bassi. Nei primi venti minuti ci hanno messo in grande difficoltà, soprattutto sugli esterni. Dopo il loro vantaggio, lo ammetto, ho sinceramente pensato che potesse finire male per noi. Il gol del pareggio su calcio d’angolo ci ha ridato fiducia, alimentando la consapevolezza che invece potevamo giocarcela. Da lì siamo riusciti a ripartire meglio e costruire con maggiore qualità. Il rigore del 2-1 ci ha dato ulteriore forza. Nel secondo tempo la partita ha seguito la stessa linea: loro conducevano il gioco, mentre noi eravamo pronti a ripartire. Il 3-1 ha praticamente chiuso la gara. È stata una vittoria ottenuta anche grazie alla capacità di adattarci all’avversario. Bisogna essere camaleontici”.
Durante il secondo tempo è arrivata anche la sua espulsione. Come la commenta?
“Innanzitutto mi dispiace, per cui chiedo sentitamente scusa ai ragazzi, al pubblico e a chi ci seguiva. È stata davvero l’unica nota stonata della serata. Nell’enfasi della partita ho chiesto più volte spiegazioni alla terna arbitrale, probabilmente con eccessiva foga. Non cerco attenuanti, anzi, tengo a scusarmi anche e soprattutto con loro: le proteste reiterate, unite al fatto di essere uscito più volte dall’area tecnica, hanno portato alla meritata espulsione. Non ero abituato a lavorare con una terna arbitrale e, alla fine, temo di aver ostacolato involontariamente anche il lavoro dell’assistente. Ho peccato di inesperienza, ma resta un errore di cui mi assumo piena responsabilità e dal quale voglio ripartire con maggiore consapevolezza”.
A chi dedica questo successo?
“Lo dedico in primis a mia mamma e alla mia ragazza, che mi sono sempre rimaste vicine. Quindi, a questi fantastici ragazzi: 28 elementi che, dopo due anni insieme, considero ormai dei fratelli minori. È grazie a loro se abbiamo alzato questo trofeo”.

La stagione si chiude e per molti ragazzi sarà il momento dei saluti. Che messaggio ha lasciato al gruppo?
“Prima della finale ho tenuto a ringraziarli per questi due anni fantastici. Ho ricordato loro che disputare l’ultima partita insieme al Manuzzi era qualcosa di impensabile. Ho voluto sottolineare la loro disponibilità, il loro entusiasmo e l’impegno dimostrato in ogni allenamento. Ho regalato ad ognuno di loro un piccolo quadro con un collage di fotografie di questi due anni, sperando che lo conservino come ricordo. Per salutarci penso di organizzare una pizzata: è il minimo che possa fare per loro”.
Adesso è il momento di staccare la spina per un po’?
“Sì, partirò per una settimana di vacanza. È stata una stagione intensa e ho bisogno di ricaricare le batterie. Poi inizierà una nuova avventura: sarò il nuovo allenatore della Juniores. È una proposta che mi ha subito entusiasmato e che considero molto stimolante”.
Allenare, pertanto, può essere considerato il suo sogno?
“Assolutamente sì. Da ragazzo il mio sogno era diventare calciatore e, seppur solo in parte, ci sono riuscito, arrivando a disputare una cinquantina di partite in Serie D coronate dalla promozione in Serie C con il Ravenna. Più tardi ho anche vissuto un’esperienza negli Stati Uniti come studente-atleta. Con il passare degli anni, però, il sogno si è trasformato: oggi è quello di diventare allenatore professionista. Non so ancora se nelle prime squadre o all’interno dei settori giovanili, ma è una strada che voglio percorrere fino in fondo”.

Nell’annoso dibattito tra “giochismo” e “risultatismo”, da che parte sta?
“Credo che oggi si facciano troppe semplificazioni. Nel settore giovanile la priorità deve essere la crescita dei ragazzi, ma il risultato rimane parte integrante della competizione e, proprio in quanto tale, non può essere ignorato. I ragazzi devono essere liberi di inseguirlo, mentre l’allenatore deve trovare il giusto equilibrio senza esasperare la ricerca della vittoria. Nei più piccoli è fondamentale far giocare tutti e garantire il divertimento. Personalmente mi considero più un giochista, ma la finale del Sarti dimostra che bisogna sapersi adattare per vincere. Sarebbe ipocrita dire che il risultato non conta”.
Continuerà anche a giocare con la Prima Squadra?
“Lo spero, ma devo prima valutare una particolare situazione fisica. Ho un problema alla pianta del piede che mi porto dietro da qualche mese, facendo inoltre tutte le cure necessarie. A breve darò una risposta definitiva alla società e al mister. Giocare resta una priorità, così come allenare”.
Tornando sulla stagione, qual è stato il vero punto di svolta?
“Senza dubbio la prima partita del Torneo Sarti contro il Fano. Quella sconfitta ci ha fatto toccare il fondo dal punto di vista emotivo. Ma, come ho già detto, proprio da lì è arrivata la reazione, dimostrata immediatamente nella vittoria successiva contro il Riccione, che è stata fondamentale per ridarci fiducia e slancio. I ragazzi hanno trovato dentro di loro la determinazione necessaria per chiudere il torneo nel migliore dei modi. E il finale, alla fine, ha superato ogni aspettativa”.
E se dovesse descrivere questa stagione con una sola parola?
“Altalenante. Abbiamo alternato ottime prestazioni ad altre più deludenti. Tuttavia, sono molto soddisfatto della crescita individuale e collettiva dei ragazzi. Nel finale di stagione abbiamo aggiunto quella cattiveria agonistica che ci mancava e siamo riusciti a trovare continuità. Questa squadra ha capito di dover credere in sé stessa. Ed è proprio questa consapevolezza che potrà portarla lontano nei prossimi anni”.
Le parole di Lorenzo Guagneli restituiscono il senso più autentico di questo successo: una vittoria costruita con sacrificio, crescita e spirito di squadra. Il Trofeo Sarti entra così nella bacheca del Bakia Cesenatico, ma prima ancora nella memoria di un gruppo che, tra difficoltà e riscatto, ha imparato a credere nelle proprie qualità. Un trionfo che vale un trofeo, ma anche una lezione destinata ad accompagnare questi ragazzi ben oltre i novanta minuti della finale.






