Nel cuore di Forlì, tra le architetture storiche e l’energia della sua comunità, Piazza Saffi si è trasformata questa mattina ancora una volta in un mare rosa. Qui ha preso forma la 13ª edizione della Diabetes Marathon, iniziativa simbolo di Diabete Romagna. Un evento che, più che raccontato, va vissuto.
Perché ogni passo, ogni sguardo, ogni respiro lungo il percorso restituisce l’immagine di una comunità che non si limita a convivere con il diabete, ma sceglie di affrontarlo insieme, con coraggio, trasformandolo in una forza collettiva. Non è una maratona come le altre: qui non si corre contro il tempo, ma per un significato concreto; non si compete, si condivide. E soprattutto, non si è mai soli.
Lo racconta bene Morris Prati, vicepresidente dell’associazione, residente a Cesenatico: “È l’occasione per ritrovarci tutti insieme e sostenere l’associazione che ci aiuta tutti i giorni”. Una frase semplice, ma profonda, che racchiude il bisogno di supporto e il valore del gruppo.
La giornata inizia prestissimo. Quando la città ancora si sta svegliando, c’è già chi è in piazza dalle 5.30 del mattino: volontari, organizzatori, famiglie, persone arrivate da tutta la Romagna – e non solo – per offrire il proprio contributo. “Ogni anno servono sei o sette mesi per metterla in piedi – spiega Prati – ma oggi vedremo il risultato. Sono certo che ne sia valsa la pena”.
E il risultato, quando la piazza si riempie, lascia senza parole: oltre 3mila persone trasformano Piazza Saffi in un colpo d’occhio straordinario. “Una piazza completamente rosa”, anticipa Morris. E quel colore diventa identità, appartenenza, riconoscimento reciproco. È il segno visibile di qualcosa di più profondo: una collettività che si stringe e si sostiene.
La partenza è un momento quasi sospeso: “Non è immediata, perché partono tutti e quando arrivano i primi della competitiva stiamo ancora facendo partire gli ultimi”. Non è un problema organizzativo, ma la prova tangibile della partecipazione. Qui nessuno resta indietro, né concretamente né simbolicamente.
Per capire davvero cosa rappresenti la Diabetes Marathon bisogna però entrare nelle storie di chi il diabete lo affronta ogni giorno. Come Morris stesso, che racconta l’esordio della malattia nella figlia: “Stava smettendo il pannolino, poi ha dovuto ricominciarlo. Aveva tanta sete e dimagriva senza motivi particolari”. Segnali che, col senno di poi, appaiono evidenti. “Mia moglie ha avuto lo scrupolo di fare un controllo in farmacia: il valore era 352”.

Da lì, il ricovero e l’ingresso improvviso in un mondo nuovo. “Siamo corsi in ospedale, poi tre giorni di degenza da cui siamo usciti con delle spiegazioni. Ci siamo ritrovati catapultati in una realtà totalmente diversa”. Una quotidianità fatta di calcoli, insulina, sensori, microinfusori, ma anche di paure, responsabilità e notti insonni. “Quando è piccola e la notte ti svegli, sei sempre lì. Non smetti mai”.
È proprio in questo punto che emerge il valore della comunità: “Il confronto, il sapere di non essere soli”. È forse il messaggio più forte della giornata. Il diabete non è solo una malattia: è una condizione che ridefinisce equilibri, relazioni, abitudini. Affrontarla insieme cambia tutto. “Appena si registra un esordio, la persona viene subito inserita nei gruppi. Così cominciano gli incontri”.
Non si tratta di assistenza calata dall’alto, ma di condivisione orizzontale: chi arriva oggi sarà il sostegno di chi arriverà domani.
Lo confermano anche le testimonianze di due padri presenti in piazza. Il primo racconta la diagnosi della figlia Rebecca: “Era sempre stanca e mangiava molto, eppure perdeva peso. Mia moglie ha contattato la pediatra: sono bastate le analisi delle urine”. Poi la telefonata che cambia tutto: “Non timbrare. Vai a casa. Prendi subito Rebecca e vai in ospedale”.
Il secondo parla del figlio Leonardo: “Non teneva il pannolino neanche un’ora e mezza, era sempre bagnato. Il giorno dopo era già insulina”. E ancora: “In quel periodo non si dormiva: dormivo due ore io, poi mia moglie, poi io…”. Racconti diretti, senza filtri, che restituiscono una realtà dura ma autentica.
Eppure, dentro queste storie emerge anche una sorprendente capacità di adattamento. “Per lui è normale”, dice uno dei due padri riferendosi al figlio che ha conosciuto il diabete fin da piccolissimo. “Non conosce una vita diversa”. Una frase che spiazza, ma che contiene una verità profonda: la normalità non è un dato fisso, è qualcosa che si costruisce.
Più complessa è l’adolescenza, fase in cui il diabete smette di essere solo una questione medica per diventare anche identitaria. “Siamo in quel periodo in cui si susseguono sfide su sfide: spesso mi sento dire ‘non mi faccio l’insulina’”, racconta uno dei genitori. Il bisogno di appartenenza, il confronto con i coetanei, il desiderio di sentirsi uguali agli altri si scontrano con una realtà che impone regole. “Per loro il diabete è in terzo piano, ora è più importante uscire con gli amici”.

È una fase delicata, in cui il supporto psicologico — “spesso più per i genitori che per i figli” — diventa fondamentale. Ed è anche qui che la Diabetes Marathon acquista un valore che va oltre l’evento: è un momento di educazione informale, di confronto, di crescita. “I più piccoli vedono i più grandi che non hanno disagio e i genitori vedono altri genitori più tranquilli”.
Un ruolo importante lo gioca anche l’evoluzione tecnologica. “Lei ha messo subito il sensore, dopo appena sei mesi il microinfusore”, racconta Morris. Oggi la gestione del diabete è molto più avanzata rispetto al passato. “È molto più gestibile, ma resta una condizione vincolante. Ti si rompe il sensore o il micro, e cambia tutto”.
Poi ci sono i volontari, motore invisibile dell’iniziativa. “Tutto ciò che vedi qui è volontariato — sottolinea Morris — persone che hanno un lavoro, una vita, altri impegni. Eppure scelgono di dedicare tempo ed energie all’associazione”. Non per obbligo, ma per scelta e restituzione.
La Diabetes Marathon è solo il momento più visibile di un percorso che dura tutto l’anno: concerti, incontri, campi educativi per bambini — molti a Cesenatico — occasioni di confronto tra genitori. Un lavoro continuo, spesso silenzioso, che trova nella giornata della maratona la sua espressione più pubblica.
Quando l’ultima persona taglia il traguardo e la piazza lentamente si svuota, resta molto più della soddisfazione per un evento riuscito. Resta la consapevolezza di aver costruito qualcosa di reale: una comunità che non si limita a convivere con una malattia, ma la affronta insieme, ogni giorno.
“Ne varrà sempre la pena”, conclude Morris. Ed è una certezza che riecheggia forte tra le vie di Forlì, tra le storie condivise e i passi di chi ha corso o semplicemente camminato. Perché in quella piazza, per un giorno, il diabete non è stato solo una sfida: è diventato un motivo per unirsi e andare, davvero, nella stessa direzione.
