7 Novembre, 2026 Cesenatico

Due volti della politica giovanile: Campedelli (destra) e Arcangeloni (sinistra) raccontano militanza, idee e territorio

I giovani e la politica: un binomio che oggi somiglia sempre più a un ossimoro. Sembrano lontani i tempi dei grandi movimenti giovanili – dal Fronte della Gioventù alla Federazione Giovanile Comunista – che per decenni hanno rappresentato una vera palestra per chi aspirava a un futuro impegno pubblico. Oggi, al contrario, la partecipazione appare spesso frenata da apatia e disillusione. Eppure, accanto a questa tendenza, resistono eccezioni luminose, capaci di opporsi alla rassegnazione e di rivendicare un ruolo attivo nella società.

È il caso di Alessandro Campedelli, studente all’ultimo anno del Liceo Scientifico “E. Ferrari” di Cesenatico e coordinatore provinciale di Azione Studentesca, e di Jacopo Dante Arcangeloni, attivo nei Giovani Democratici all’interno dell’Istituto Tecnico Tecnologico “G. Marconi” di Forlì. Due percorsi diversi, due impostazioni culturali lontane, ma una stessa scelta controcorrente: investire tempo, energie e convinzioni nella militanza giovanile.

In un’epoca di sfiducia, perché scegliere la militanza?

Campedelli: “Fin da piccolo sono cresciuto con l’idea che la vita vada affrontata in modo attivo e propositivo, senza restare con le mani in mano. Per questo mi sono interessato presto alla realtà che mi circondava, politica compresa, riconoscendo i valori che mi guidavano e che ancora oggi mi muovono: quelli di una destra sociale e identitaria. A quindici anni mi sono avvicinato con convinzione alla militanza partecipando a una riunione di Gioventù Nazionale e Azione Studentesca. Era da poco trascorsa l’alluvione del 2023 e sono rimasto colpito dalla rapidità con cui questi ragazzi si sono mobilitati: spalavano fango, portavano aiuti, soccorrevano chi ne aveva bisogno. Ecco, per me questa è l’essenza migliore della politica: poche chiacchiere, molte azioni e un aiuto concreto alla comunità”.

Arcangeloni: “Avvicinarsi alla politica oggi, in un clima di profonda disillusione, può sembrare un gesto controcorrente, quasi appartenente a un’altra epoca. Ciò che mi ha spinto è la consapevolezza che il disinteresse lascia spazio a decisioni prese da altri sulla nostra pelle. Mi motiva la volontà di trasformare la frustrazione individuale in azione collettiva, in un mondo che ci vuole isolati e competitivi, dove dedicare tempo alla militanza significa scommettere sul senso di comunità. Nonostante l’evidente crisi di rappresentanza, credo che la politica resti lo strumento più concreto per incidere sul presente. Restare a guardare non è un’opzione: per noi giovani, partecipare è la forma più autentica di resistenza e speranza”. 

Le cronache recenti dipingono spesso movimenti giovanili e organizzazioni studentesche come prigionieri delle battaglie ideologiche, a scapito delle esigenze reali. È solo un luogo comune o l’ideologia pesa davvero nel vostro attivismo?

Campedelli: “La militanza è un mondo molto eterogeneo: ci sono persone di età diverse, provenienze differenti e motivazioni varie. Eppure, c’è un elemento che ci accomuna: una visione del mondo, un insieme di valori, cioè ciò che riteniamo giusto o sbagliato. In questo senso l’ideologia è un collante, non un fine. L’obiettivo principale resta trasmettere questi valori ai coetanei, sempre più distanti dalla realtà che li circonda, partendo dalla nostra storia per arrivare a condividere ideali come l’attaccamento alla Patria, alla famiglia, alle radici e al merito. Ma anche la ricerca del cambiamento, della giustizia e l’attenzione alle istanze dei giovani”. 

Arcangeloni: “Per noi l’ideologia non è un residuo polveroso del passato: è una bussola necessaria per non perdersi in un pragmatismo fine a sé stesso. Le battaglie ideologiche per la giustizia sociale, i diritti civili e l’equità climatica sono, in realtà, le cause più concrete e collettive che esistano. Non c’è contrapposizione tra ideali e realtà: l’ideologia serve proprio a interpretare i bisogni reali ed evitare di diventare semplici portavoce di un simbolo”. 

Con l’insediamento dell’attuale Governo, è tornata in modo evidente la retorica su fascismo e comunismo, spesso usata come strumento per delegittimare l’avversario politico. Una contrapposizione che finisce per contagiare anche il dibattito tra i più giovani, pur essendo questi lontani dall’aver vissuto quelle stagioni. Come vivete il confronto con la parte avversa? E quanto pesa, internamente, nelle vostre scelte?

Campedelli: “Il confronto dovrebbe restare formativo per entrambe le parti, oltre che corretto e leale. Uno dei nostri capisaldi è mantenere viva la memoria dei giovani uccisi nella Prima Repubblica solo perché “di destra”: Sergio Ramelli, i ragazzi di Acca Larentia, Mikis Mantakas, Paolo Di Nella. Eppure veniamo sistematicamente attaccati come “nostalgici” o “fascisti”: accuse false, spesso figlie del rifiuto di fare i conti con la propria storia. Quando non si è abbastanza forti per vincere sul piano del merito, si ricorre all’etichetta universalmente condannabile: fascista o comunista, a seconda del bersaglio. Il dibattito politico italiano è in crisi proprio per queste semplificazioni, che trasformano temi complessi in slogan e il confronto in un battibecco da bar. Il risultato è un ulteriore allontanamento dei cittadini dalla politica”. 

Arcangeloni: “Il ritorno a una retorica polarizzata su fascismo e comunismo è spesso un espediente per evitare di discutere le precarietà odierne. Detto questo, per noi l’antifascismo non è uno slogan elettorale: è un valore fondante della democrazia, garantita anche dal sacrificio di chi ha versato il proprio sangue per la libertà. Nel confronto con la “parte avversa” cerchiamo di non cadere nella demonizzazione sterile, ma è innegabile che la distanza valoriale – su temi come inclusione e ruolo dello Stato – sia profonda. Nel nostro movimento il confronto interno è vivo e imprescindibile: le decisioni sono corali e orientate al bene collettivo. La sfida è riportare il dibattito sul futuro, mantenendo al tempo stesso una memoria storica lucida, come monito necessario”. 

Nel significato più nobile del termine, la politica è servizio alla comunità e alle sue necessità. Come movimenti giovanili, quali obiettivi vi ponete per promuovere uno sviluppo concreto delle realtà locali, a partire dai bisogni di studenti e ragazzi?

Campedelli: “Come Azione Studentesca siamo molto presenti nelle scuole, attraverso la rappresentanza e i volantinaggi, con l’obiettivo di portare alla luce le problematiche segnalate dagli studenti: difficoltà nelle uscite didattiche, strutture fatiscenti, eccessiva politicizzazione dell’istruzione (come emerge anche da un recente sondaggio che abbiamo diffuso) e distanza delle istituzioni. Cerchiamo inoltre di estendere queste battaglie al mondo universitario, soprattutto a Ravenna. Siamo spesso contattati anche da associazioni che promuovono incontri culturali e storici; a queste si sono aggiunte realtà legate al mondo del lavoro. Infine, ribadisco l’impegno a sostegno delle vittime dell’alluvione del 2023: il nostro compito è stare al servizio della comunità, e nei momenti di bisogno saremo sempre pronti a rimboccarci le maniche”. 

Arcangeloni: “Per noi fare politica significa tornare a essere un presidio nei territori. L’obiettivo principale è riprendere e rafforzare il ciclo di incontri sulle necessità giovanili già avviato nei vari comuni. Vogliamo continuare a essere un ponte tra i bisogni dei giovani e le istituzioni locali, mappando con precisione le criticità: dal diritto allo studio alla mancanza di spazi di aggregazione, trasformandole in proposte da presentare alle classi dirigenti. Nell’ultimo periodo ci stiamo battendo anche per permettere ai giovani fuorisede di partecipare al referendum sulla giustizia, rivendicando il loro diritto di voto nonostante gli ostacoli introdotti dal Governo Meloni. Inoltre, vogliamo rompere l’immobilismo con cui troppo spesso si parla di giovani, ridotti a spettatori passivi o citati solo come “emergenza”. Il nostro scopo è aprire spazi di confronto dove oggi c’è silenzio, costringendo la politica locale ad ascoltare e a misurarsi con le nostre soluzioni. A livello nazionale siamo in fase di rilancio, ma non chiediamo soltanto ascolto: chiediamo un ruolo attivo nella costruzione di politiche che migliorino davvero la nostra quotidianità”. 

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