Nel 2025 la Cgil di Cesenatico ha raccolto oltre 50 segnalazioni di violazioni nel settore turistico: paghe in nero, ricatti, mansioni improprie, alloggi fatiscenti e buste paga “gonfiate” con detrazioni non dovute. La Filcams denuncia anche il rischio legato a cessioni d’azienda e possibili infiltrazioni finalizzate al riciclaggio
Sotto la cartolina patinata di Cesenatico — il “litorale dei servizi” fatto di ombrelloni allineati, vetrine curate e stagioni che corrono veloci — si muove un’altra economia, molto meno luminosa.
È quella che regge una parte importante dell’industria turistica locale e che, secondo le testimonianze raccolte sul territorio, continua a produrre zone d’abuso, precarietà e ricatti. Un turismo che, mentre promette accoglienza ai visitatori, spesso non riesce a garantirla a chi lavora dietro le quinte.
Si tratta, va detto, perlopiù di eccezioni, anche se il fenomeno – complice la crisi di molte imprese turistiche e la drastica riduzione delle marginalità – si sta progressivamente espandendo.
Un numero per fotografare il fenomeno: nell’arco del 2025, la sola sede della Cgil di Cesenatico ha registrato oltre 50 segnalazioni di presunte violazioni dei diritti dei lavoratori nel comparto turistico.
In diversi casi – riferisce il funzionario della Filcams locale, Gabriel Constantin Fraier – è stato necessario aprire vertenze per ottenere tutele e riconoscimenti dovuti. Il quadro che emerge è composito, ma coerente: controversie differenti che, sommate, delineano un sistema fragile e troppo spesso sbilanciato a favore del datore di lavoro.
“Il fattore trainante – spiega Fraier – è indubbiamente la retribuzione in nero, che garantisce al datore discrezionalità nella gestione dei pagamenti, sia nelle cifre che nelle tempistiche”. Una pratica che, oltre a eludere regole e contributi, può trasformarsi in una leva di pressione: “Serve a compensare difficoltà economiche, ma anche a costruire vere e proprie forme di ricatto nel caso di malattia o di richiesta di riposi”.
Accanto al tema salariale, emerge con forza un altro fronte: le condizioni di vita di molti lavoratori stagionali. Fraier segnala un elevato rischio igienico-sanitario legato agli alloggi messi a disposizione dai titolari. “Spesso sono fatiscenti – afferma – o comunque troppo ristretti per il numero di persone che vi abitano”. E aggiunge un dettaglio che pesa come un’indicazione di sistema: “Di rado gli alberghi assegnano ai dipendenti le camere della struttura, per non rinunciare a potenziali entrate”.
Non meno grave è il piano delle relazioni sul posto di lavoro. “In alcuni casi – continua – il trattamento umano riservato ai dipendenti segue un’impostazione letteralmente padronale: come se non fossero in un luogo di lavoro, ma nella ‘casa del datore’, che si sente legittimato a pretendere l’esecuzione di ordini in modo indiscriminato”.
Un ulteriore elemento ricorrente riguarda il mancato riconoscimento della professionalità. “Capita frequentemente – spiega il funzionario Filcams – che a un lavoratore vengano affidate mansioni diverse, quasi mai corrispondenti all’incarico per cui è stato assunto”. Questo slittamento continuo, oltre a comprimere la dignità professionale, ha conseguenze economiche: “Permette al titolare di pagare uno stipendio più basso e di bloccare lo scatto di livello nella professionalità di riferimento”.
Fraier si sofferma poi su una pratica che definisce sempre più diffusa: buste paga apparentemente più alte grazie all’inserimento di detrazioni non spettanti, che però non aumentano davvero il reddito del lavoratore. “Il ‘giochino’ finisce – avverte – al momento della dichiarazione dei redditi, spesso l’anno successivo, quando arriva la comunicazione dell’obbligo di restituire una parte consistente di quanto percepito. E a quel punto, per molti, è già troppo tardi per denunciare”.
C’è poi chi non riesce a recuperare nemmeno quanto dovuto a causa della chiusura dell’impresa per cui lavorava, spesso strutturata come società a responsabilità limitata semplificata e con capitale sociale ridotto. Secondo Fraier, questo può rendere più semplice una liquidazione “conveniente” per il proprietario in difficoltà, lasciando i creditori – lavoratori compresi – senza reali garanzie.
Infine, un’ombra più inquietante: quella delle cessioni d’azienda e dei contesti in cui alcuni dipendenti si ritrovano, loro malgrado, a operare dopo il passaggio di proprietà. “La crisi dei consumi spinge fisiologicamente alla cessione delle imprese – conclude Fraier – e può accadere che, anche in piena stagione, finiscano nelle mani di chi acquista con l’obiettivo esclusivo di ripulire denaro sporco”. Un rischio che chiama in causa non solo le tutele del lavoro, ma la tenuta stessa del tessuto economico e sociale della città.
Dietro la retorica della “stagione” come opportunità, insomma, resta un nodo irrisolto: la qualità del lavoro. E la domanda che queste segnalazioni pongono con urgenza è semplice quanto scomoda: può un modello turistico dirsi davvero sostenibile se continua a reggersi su precarietà, silenzi e zone grigie?