22 Settembre, 2026 Cesenatico

“L’Italia agli italiani”, il caso Monti divide anche Cesenatico

Dove finisce il patriottismo e dove comincia l’esclusione? È la domanda che continua ad attraversare il dibattito dopo il caso del Liceo Classico “Monti” di Cesena, dove due studenti hanno esposto uno striscione con la scritta “L’Italia agli italiani”, ricevendo una sanzione disciplinare che ha acceso polemiche ben oltre i confini della scuola (anche il Ministero ha chiesto spiegazioni).

La vicenda si è trasformata rapidamente in un confronto pubblico su identità nazionale, libertà di espressione e inclusione. Anche a Cesenatico il tema divide e trova due letture opposte nelle parole di Alessandro Campedelli, responsabile provinciale di Azione Studentesca Forlì-Cesena, e di Matteo Cantoni, segretario dei Giovani Democratici della federazione cesenate.

Secondo Campedelli, il nodo principale non è soltanto il contenuto dello slogan, ma soprattutto la reazione che ne è seguita. A suo giudizio, una frase come “L’Italia agli italiani” può essere condivisa o contestata, ma non dovrebbe essere automaticamente associata al razzismo. “Per quanto mi riguarda rappresenta un principio di autodeterminazione dei popoli”, sostiene, criticando quella che considera una lettura in malafede.

Per il dirigente di Azione Studentesca, quel gesto può essere interpretato come “una manifestazione di amore verso il proprio Paese” o come “l’espressione di un disagio rispetto a fenomeni sociali e di sicurezza”. Ciò che ritiene più grave è la sanzione inflitta agli studenti, maturandi chiamati ad affrontare l’Esame di Stato mentre si trovano al centro di una controversia pubblica. Parla di una forma di “rieducazione”, sostenendo che la scuola avrebbe colpito non tanto l’azione, quanto il pensiero che la motivava.

Campedelli si spinge poi oltre e si riferisce a quello che definisce un vero e proprio “reato di pensiero”. A suo giudizio, infatti, gli studenti non sarebbero stati puniti per aver esposto uno striscione, ma per il messaggio politico attribuito ad esso attribuito. “È assurdo — sostiene — che una certa sinistra continui a richiamarsi al pensiero critico e alla libertà di espressione per poi finire sistematicamente a condannare qualsiasi posizione che non si allinei al pensiero dominante. La scuola dovrebbe insegnare ai ragazzi a ragionare con la propria testa – conclude – non a uniformarsi ad un’unica visione del mondo”.

Di segno opposto è la posizione di Matteo Cantoni. “Mi definisco un patriota, anche se non sono di destra”, afferma. Proprio per questo, secondo il segretario dei Giovani Democratici, quello slogan non può essere liquidato come un semplice omaggio letterario o come un’innocua dichiarazione d’amore per la patria. Nel contesto attuale, sostiene, “L’Italia agli italiani” richiama parole d’ordine utilizzate in ambienti nazionalisti, estremisti e xenofobi.

Per Cantoni il patriottismo non deve diventare contrapposizione tra un “noi” e un “loro”. Essere italiani, spiega, “significa appartenere a una comunità fondata sulla libertà, sulla democrazia e sulla convivenza civile, non sull’esclusione”. La vera sfida, secondo lui, “è costruire un’identità nazionale forte senza avere bisogno di individuare un nemico”.

È qui che emerge il cuore della discussione. Il patriottismo, nella sua definizione più ampia, è amore per la propria comunità nazionale, per la sua storia, la sua cultura e le sue istituzioni. Non implica necessariamente ostilità verso gli altri. Può esprimersi nell’orgoglio per il proprio Paese, nella tutela delle tradizioni e nel desiderio di custodirne l’identità.

L’esclusione comincia però quando quel sentimento non si limita più a valorizzare ciò che si è, ma stabilisce chi può o non può appartenere alla comunità. Quando l’identità diventa un confine invalicabile invece che un patrimonio condiviso. Quando l’idea di nazione si costruisce più sull’individuazione dell’estraneo che sul riconoscimento di valori comuni.

Il caso del “Monti” mostra quanto sottile possa essere questa linea. Per alcuni, quello striscione rappresenta “una legittima affermazione identitaria”; per altri, “un messaggio inevitabilmente escludente”. E forse continua a dividere proprio perché la stessa frase viene letta attraverso esperienze, sensibilità e significati politici diversi.

La questione, allora, non riguarda soltanto ciò che è stato scritto su un lenzuolo affisso a una finestra. Riguarda il modo in cui una società interpreta parole come patria, identità, appartenenza e inclusione. E riguarda soprattutto la capacità di discutere di questi temi senza trasformare ogni dissenso in una scomunica morale o in una guerra ideologica.

Perché il confine tra patriottismo ed esclusione non si misura solo nelle intenzioni di chi parla, ma anche negli effetti che le parole producono in chi le ascolta. È in questo spazio, scomodo ma inevitabile, che continua a giocarsi il confronto pubblico.

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