Sul porto canale, dove il mare detta legge anche a tavola, la sorpresa arriva dal bosco. Pernice, colombaccio, anatra, cervo, daino, capriolo e cinghiale: Mignotta Maledetta ha aperto negli spazi dell’ex Mediterraneo con una proposta che vuole lasciare il segno soprattutto in cucina. Un’apertura arrivata con qualche ritardo e dopo un rodaggio cercato: «Dovevamo formare parte del personale – spiegano Mirko Pavirani e Roberto Gavagnin –. Volevamo presentarci bene alla città».
A distinguere il locale è una carta che concede alla selvaggina un ruolo da protagonista. Non il singolo piatto per accontentare “chi preferisce la carne”, ma un percorso attraverso sapori, consistenze e preparazioni differenti.
Si comincia dal risotto con riso Riserva San Massimo, all’anatra o al colombaccio. Si prosegue con anatra, colombaccio e pernice in padella, mentre la griglia accoglie cervo, daino, capriolo e cinghiale, oltre alla selvaggina da piuma. Una scelta di forte personalità, capace di portare sulla passeggiata del porto una cucina che raramente trova tanto spazio nei menù della riviera.
Il mare conserva una presenza altrettanto ricca: crudità, gratinati e preparazioni al vapore, poi spaghetto, pacchero e riso. Tra i secondi, griglia, forno e fritto, fino alla catalana di crostacei con aragosta, grillo, mazzancolle, scampi, canocchie e granchi, accompagnati da verdure di stagione. Due anime che convivono nella stessa tavola, lasciando al cliente il piacere di scegliere.
E di scegliere anche che cosa bere. Qui funziona il “vino sotto braccio”: si può arrivare con la propria bottiglia. Per gli appassionati ci sono persino vani personali, simili alle cassette di sicurezza delle banche, dove custodire le etichette da ritrovare alla visita successiva.
«Anche sulla nostra carta abbiamo mantenuto margini molto contenuti – spiega Pavirani –. Bere bene non deve significare spendere per forza cifre folli. Preferiamo valorizzare una carne o una preparazione di selvaggina, che richiedono materia prima di qualità, tecnica e lavoro. Comprare una bottiglia e rivenderla al triplo non ci interessa».
Le attenzioni continuano con pane e coperto gratuiti e con l’olio del frantoio, conservato al riparo dalla luce e spillato freddo al momento, durante il servizio, nelle ampolle portate a tavola.
Intorno, un ambiente che intreccia arte e memoria: piccole opere di Tribuiani, le foto di Lollo Mini, poltroncine del Teatro Petrella di fine Ottocento fedelmente restaurate, bagni dall’eleganza quasi imperiale. Resta incorniciata anche l’immagine mistica affiorata nel muro durante i lavori, che ricorda – anche da sobri – il sacro volto della Sindone.
Fuori compaiono le iniziali “MM”, inevitabile compromesso (almeno per ora) dopo l’ostinato pollice verso della dirigente Chiara Benaglia al nome originario.
Per i due soci è il punto d’incontro di molte esperienze nell’ospitalità. Gavagnin porta con sé aperture come “Walker” e “La Locanda dei desideri” (l’attuale Cenacolo), oltre a un’avventura esotica in Venezuela. Ora la scommessa è qui: fare di un nome che ha già fatto discutere un indirizzo da ricordare anche dopo l’ultimo boccone.