Il dramma delle morti sul lavoro rappresenta ancora oggi una vera e propria piaga. L’indagine condotta dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega conferma un quadro allarmante per l’intero Paese e mette in luce la situazione critica anche per il territorio di Forlì-Cesena.
Secondo i dati aggiornati ai primi dieci mesi del 2025, la provincia rientra infatti in “zona rossa”, con 12 vittime registrate e un tasso d’incidenza degli infortuni mortali pari a 66,5 decessi ogni milione di occupati: un valore superato, a livello nazionale, solo dalle province di Brindisi, Matera e Rovigo.
Il presidente dell’Osservatorio, ingegner Mauro Rossato, ha espresso forte preoccupazione sottolineando come “i numeri e le incidenze delle morti sul lavoro ci ricordano che la sicurezza è ancora una problematica irrisolta” e aggiungendo che “rispetto allo scorso anno si contano sei vittime in più, con oltre metà del Paese in zona rossa e arancione”.
Il territorio di Cesenatico, per fortuna, non contribuisce direttamente a questo tragico bilancio, ma è stato comunque teatro di gravi incidenti. Emblematico il caso del 18 marzo scorso, quando un operaio 36enne è rimasto folgorato mentre stava effettuando lavori di manutenzione e sistemazione del verde in via Montaletto: trasportato in gravi condizioni all’Ospedale “Bufalini” di Cesena, è stato dimesso solo dopo alcuni giorni.
Sulla questione interviene Mario Quoti, residente a Sala, ex operaio oggi imprenditore nel settore edilizio, uno dei più colpiti dalla piaga degli infortuni. Quoti segnala innanzitutto la crescente carenza di dispositivi di protezione individuale nei cantieri: “Gli operai sono sempre più sguarniti di elmetti, guanti e scarpe antinfortunistiche. Non sempre vengono forniti adeguatamente dal titolare e, anche quando ci sono, non sempre vengono utilizzati in modo corretto dagli operai, che talvolta nemmeno li indossano”.
“La responsabilità – prosegue – è certamente delle imprese, che hanno l’obbligo di garantire tutto il necessario per lavorare in sicurezza e di verificare l’affidabilità dei propri dipendenti, ma pesa anche l’assenza quasi totale di controlli, e quindi di eventuali sanzioni che possano fungere da deterrente”.
Quoti si sofferma poi sulla figura dell’operaio, che definisce “un mestiere pericoloso sia per le inadempienze dei titolari sia per la scarsa lucidità e attenzione di chi lavora”. A suo avviso, molte tragedie sarebbero state almeno in parte evitabili se il rapporto tra imprenditore e lavoratore non fosse ridotto “al solo bonifico a fine mese”, ma si fondasse su un reale spirito di squadra, “che oggi manca e troppo spesso sfocia in reciproca superficialità”.
Infine, un appunto sulle nuove tecnologie, ormai imprescindibili anche nei cantieri, ma non prive di insidie: “Sono strumenti indispensabili, ma non esenti da rischi, perché imprevedibili e difficili da controllare in caso di malfunzionamento”. Il messaggio è chiaro: la sicurezza non può essere delegata a macchine e dispositivi, ma deve restare al centro della responsabilità umana e collettiva.