Presentato a Cesena il nuovo Comitato coordinato da Jonathan Baratella: “L’obiettivo? Offrire ai cittadini un’informazione corretta sul referendum”. Illustrate dall’avvocata Isabella Castagnoli le tre linee della riforma: separazione delle carriere, due organi distinti di autogoverno e un consiglio disciplinare super partes
E’ stato presentato ieri mattina a Cesena, presso la sala messa a disposizione dal bar-ristorante Margò, il nuovo Comitato “Sì Riforma” di Forlì-Cesena. Numerosi gli spunti emersi nel corso della conferenza stampa, introdotta dal coordinatore provinciale Jonathan Baratella, che ha chiarito fin da subito la finalità dell’iniziativa: “Siamo tutti avvocati determinati a garantire un’informazione chiara e trasparente sul referendum, senza, naturalmente, rinunciare alle nostre convinzioni. Ritengo che questa riforma non riguardi soltanto l’apparato giudiziario – ha proseguito Baratella – ma rappresenti una tutela concreta per ogni cittadino”.
Baratella ha inoltre annunciato la partecipazione del Comitato a diversi appuntamenti sul territorio, a partire dalla conferenza stampa del 21 febbraio a Forlì con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, fino all’ultima lezione della Scuola di Formazione Politica promossa da Fratelli d’Italia a Cesenatico il 23 febbraio, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro.





A seguire, l’avvocata Isabella Castagnoli, tra i membri di riferimento del Comitato, ha illustrato i punti cardine della riforma, che “si fonda sostanzialmente su tre innovazioni: la separazione delle carriere dei magistrati, l’istituzione di due distinti organi di riferimento e la creazione di un consiglio disciplinare per la magistratura”.
Castagnoli ha spiegato che, in primo luogo, verrebbero differenziate modalità di accesso e percorsi formativi tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, realizzando così una separazione “ab origine” delle carriere. La proposta di istituire due organi distinti – ha aggiunto – nasce invece dall’attuale funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, basato su correnti: “L’obiettivo è garantire maggiore equilibrio e terzietà. Ciascun organo sarebbe composto per due terzi da magistrati o pubblici ministeri e per un terzo da membri ‘laici’, rappresentati da docenti universitari e avvocati con adeguata esperienza, inseriti in un elenco da cui attingere tramite sorteggio”.
Infine, Castagnoli si è soffermata sull’ipotesi di un consiglio disciplinare della magistratura, ritenuto fondamentale in quanto “organo super partes, a garanzia di procedimenti disciplinari imparziali nei confronti dei magistrati inadempienti”. “Ritengo che la riforma poggi su ragioni necessarie e che rappresenti un passaggio naturale nel percorso di revisione complessiva del sistema”, ha concluso.
È poi intervenuto lo storico avvocato penalista Giordano Anconelli, che ha inquadrato il tema in una prospettiva storica: “Attendo questa riforma da quarant’anni – ha esordito – da quando ero studente di Giurisprudenza a Bologna ed era ancora in vigore il Codice di Procedura Penale Rocco. Già allora si parlava di una riforma epocale, che avrebbe dovuto liberare il sistema da residui del fascismo”.
Anconelli ha ricordato che quel Codice prevedeva processi in cui il pubblico ministero sedeva accanto al giudice e la difesa poteva rivolgere domande esclusivamente tramite il giudicante, che spesso finiva per confrontarsi direttamente con l’accusatore: “L’avvento della riforma Vassalli, nel 1989, impose al pubblico ministero il ‘trasloco’ al banco frontale, accanto alla difesa. Fu una svolta che suscitò polemiche fortissime, oggi riproposte da chi si oppone a ulteriori cambiamenti”.
“Il problema, oggi come allora, è soprattutto culturale: la mentalità”, ha concluso, definendo l’evoluzione del nostro sistema una conseguenza fisiologica della storia giuridica europea: “Proveniamo dalla matrice del diritto romano, principalmente accusatorio; poi sono arrivati il diritto barbarico e quello romano-germanico, fino alla stagione del Tribunale dell’Inquisizione, dove giudice e accusatore finivano spesso per essere figure strettamente affiancate”.
