22 Settembre, 2026 Cesenatico

“Oggi mi piange il cuore”: Giacomo Nolo racconta i 23 anni di Oro Bianco

Ci sono luoghi che vanno ben oltre le semplici quattro mura, luoghi che diventano autentici pezzi di vita. Per Giacomo Nolo l’Oro Bianco è stato questo: ventitré anni trascorsi praticamente senza staccare mai, sempre presente fin dall’apertura del locale, quando di anni ne aveva appena ventitré.

Quando gli si chiede come stia, ride. Ma basta menzionare l’Oro Bianco e il tono subito cambia: “Mi dispiace. Mi dispiace davvero tanto”. Oggi quel locale è chiuso. Il contenzioso tra la proprietà dell’immobile e l’attuale gestore ne ha fermato bruscamente l’attività, mentre il futuro resta appeso all’esito delle trattative o, eventualmente, della giustizia.

Ma Giacomo preferisce non entrare nelle questioni legali. Preferisce ricordare: “Lì dentro ho trascorso oltre due decenni della mia vita, praticamente la metà”. E quei ventitré anni sembrano scorrere uno dopo l’altro, come fossero giusto ieri. “Erano anni bellissimi, in cui l’Oro Bianco era un vero punto di ritrovo: c’era gente che veniva per bere un buon calice di vino e altri semplicemente per stare insieme, per conoscersi. Insomma, non poteva essere soltanto un locale”.

Sorride quando racconta le notti dei primi anni Duemila. “Tra il 2004 e il 2005 restavamo aperti perfino ventiquattr’ore su ventiquattro: non riuscivamo proprio a chiudere. Eravamo distrutti, ma continuavamo ad accogliere gente, anche a nottata ormai inoltrata. Così – spiega – organizzammo tre diversi turni di lavoro: uno per la notte, uno per le colazioni e uno per il pomeriggio. Quel posto viveva sempre”, ricorda, evidentemente malinconico.

Poi aggiunge un dettaglio importante, che vale più di qualsiasi statistica: “In ventitré anni non c’è mai stata una rissa, né mai un problema di ordine pubblico. Era un ambiente dove la gente veniva per stare bene”.

La nostalgia, però, non riguarda soltanto il locale, arrivando a raccontare una Cesenatico che, secondo lui, non esiste più. “Mi manca soprattutto l’inverno: può sembrare strano, ma per me era il periodo più bello dell’anno. C’era poca gente, ma tutte persone splendide con cui si rimaneva fino a tardi. Oggi, invece, a mezzanotte sembra esserci il coprifuoco”.

Nolo non punta il dito. Parla piuttosto di un cambiamento lento, che ha visto arrivare anno dopo anno. “Le persone sono cambiate, parallelamente alle abitudini. È cambiato anche il modo di vivere i locali: quando servivo ai tavoli vedevo sempre più gente con il telefono in mano. Una volta si parlava, si rideva, mentre oggi accade spesso che una coppia passi l’intera cena guardando uno schermo”.

Poi l’altro lato della medaglia, quello della burocrazia e delle difficoltà quotidiane, sempre crescente nell’ultimo periodo. “Ogni anno diventava tutto più complicato. Non era più il lavoro che avevo scelto vent’anni prima, lo stesso che ho sempre fatto divertendomi”. Così decide di vendere l’attività: “Quando ho capito che non mi divertivo più, ho compreso anche che era arrivato il momento di fermarmi”.

Una scelta non facile. Di certo sentita ma, a suo avviso, quasi inevitabile: “Ho lasciato al mio successore un locale funzionante, con tanto di dipendenti e molti clienti. Sono rimasto anche un po’ di tempo per spiegare come funzionava il tutto. Dopo ventitré anni – puntualizza ancora Nolo – volevo che chi arrivava al mio posto disponesse di ogni possibile strumento per proseguire al meglio”.

Poi le strade si dividono. “Quello che è successo dopo, sinceramente, non lo conosco fino in fondo. So che ci sono stati problemi, ma non mi permetto di giudicare situazioni che non conosco”.

Una cosa che conosce bene, invece, è la sensazione che prova ogni volta che nota una fotografia, ascolta un riferimento all’ex Oro Bianco. “Qualche giorno fa un amico mi ha mandato una foto del locale chiuso, con scritto: “Che peccato vedere quell’angolo così buio”. È vero. Fa male”, e non solo a Giacomo.

Gli chiediamo, allora, se gli sia mai venuta la tentazione di tornare. Lui sorride, scuote la testa: “No”. Ma non perché non gli voglia più bene: “Proprio perché gliene voglio troppo”. “Sarebbe come tornare indietro. Non nego farei fatica, rivedendo ogni giorno quello che è stato”, poi quasi sottovoce: “Non riesco nemmeno più a venire a Cesenatico”.

“Vedere quel posto così mi mette malinconia”. Non rabbia, ma pura malinconia. Perché per lui l’Oro Bianco continua ad essere “casa”, il posto dove è effettivamente cresciuto, diventato adulto, dove ha costruito molte delle amicizie che coltiva tutt’ora. Dove, più semplicemente, ha vissuto.

Giunti ormai ai saluti, parla ancora e soltanto di quel locale: “Mi auguro che possa presto tornare a vivere. Perché un posto così non merita di restare spento”.

Ed è forse questa la frase che meglio racconta Giacomo Nolo. L’uomo che, da ristoratore ed imprenditore di successo, è innanzitutto persona grata. Grato a quell’Oro Bianco che, ancora oggi, continua a chiamare “casa”.

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