C’è una domanda che, guardando la storia repubblicana di Cesenatico, diventa quasi imbarazzante nella sua semplicità: possibile che in ottant’anni non sia mai arrivata una donna alla guida del Comune?
Non una volta. Non per caso, non per transizione, non per rottura, non per naturale evoluzione dei tempi. Dal dopoguerra a oggi, la fascia tricolore è sempre passata da una mano maschile all’altra. Cambiavano i partiti, le stagioni politiche, le ideologie, i linguaggi, perfino il modo di fare campagna elettorale. Ma il sindaco restava uomo.
Eppure Cesenatico non è mai stata una città senza donne. Anzi. È difficile immaginare un luogo più profondamente costruito dal lavoro femminile. Le donne hanno retto pensioni e alberghi, cucine e sale da pranzo, famiglie e imprese. Hanno venduto il pesce, cresciuto figli, accolto turisti, tenuto insieme economie domestiche e pezzi interi di comunità. Sono state la spina dorsale silenziosa del modello Cesenatico: quello dell’ospitalità, della fatica, della cura, della concretezza.
Il punto, allora, non è l’assenza delle donne dalla città. È la loro esclusione simbolica dal comando. Perché una cosa è lavorare, amministrare nella pratica, risolvere problemi ogni giorno; un’altra è essere riconosciute come figura naturale di autorità pubblica.
Forse Cesenatico, come molte comunità di provincia, ha accettato volentieri la donna indispensabile, ma ha faticato a immaginare la donna decisiva. La donna che tiene in piedi l’albergo sì; la donna che tiene in piedi il Comune, molto meno. È una differenza sottile, ma enorme. Sociologica prima ancora che politica.
Non serve accusare un paese intero di misoginia per vedere il problema. A volte il maschilismo non urla: si limita a scegliere sempre la stessa immagine del potere. Un uomo rassicurante, conosciuto, “solido”, magari già passato da partiti, associazioni, consigli di amministrazione, reti professionali. Le donne, anche quando capaci, restano spesso valutate con un metro più severo: devono essere preparate, ma non troppo ambiziose; autorevoli, ma non dure; presenti, ma non invadenti.
La domanda vera è se oggi Cesenatico sia pronta a rompere questo schema. Non per eleggere una donna “in quanto donna”, ma per smettere di considerare normale che il sindaco sia sempre un uomo. Dopo ottant’anni, sarebbe già una rivoluzione culturale. E forse anche un atto di giustizia verso la città reale: quella che, da sempre, le donne l’hanno già amministrata. Solo senza fascia tricolore.