22 Settembre, 2026 Cesenatico

Paolo Crepet a Cesena: “Il vero rischio oggi è smettere di pensare”

Un palazzetto gremito e attento ha accolto ieri sera al Carisport di Cesena Paolo Crepet, protagonista di un lungo monologo appassionato e, a tratti, provocatorio. Con “Il reato di pensare”, lo psichiatra e sociologo ha portato sul palco uno spettacolo che intreccia racconto personale, analisi sociale e un forte appello rivolto soprattutto alle nuove generazioni.

Crepet parte da una domanda solo apparentemente semplice: oggi è ancora possibile diventare ciò che si sogna? “Provate a essere quello che vorreste essere”, sollecita il pubblico. “Non è facile”. Da qui prende avvio una riflessione sul presente, sempre più incerto e contraddittorio, accompagnata da un invito a guardare anche al passato: “Se tornate indietro di dieci anni, chiedetevi: era più facile allora essere sé stessi?”.

Nel suo racconto, il nostro tempo appare segnato da una profonda ambivalenza. Da un lato viviamo in un’epoca ricca di possibilità tecnologiche e di comodità impensabili fino a pochi anni fa; dall’altro, però, siamo immersi in guerre, conflitti e in una diffusa sensazione di smarrimento, che sembra avere indebolito la capacità di immaginare grandi progetti collettivi e di impegnarsi in cause comuni. “Abbiamo oggi cose nella nostra quotidianità che poco tempo fa non avremmo nemmeno potuto immaginare”, osserva Crepet. “Eppure molti hanno la sensazione che qualcosa non funzioni”.

Il cuore della sua riflessione riguarda soprattutto i giovani e i modelli educativi contemporanei. Nel mirino finiscono una scuola e una famiglia sempre più orientate a eliminare ogni forma di fatica, frustrazione o difficoltà. “Tutto ciò che è comodo è stupido”, afferma provocatoriamente, per poi richiamare esempi concreti raccolti nel suo lavoro con insegnanti e studenti. Tra questi, il caso di una docente criticata da alcuni genitori perché pretendeva che gli alunni salutassero entrando in classe: “Diceva soltanto ‘buongiorno’, ma qualcuno lo ha ritenuto eccessivo…”.

Dalla dipendenza dagli schermi alla paura del fallimento, fino all’ossessione di proteggere i figli da qualsiasi ostacolo, tutto sembra muoversi — secondo Crepet — nella direzione di una vita sempre più comoda. Ma è proprio questa comodità, sostiene, a rischiare di spegnere la passione, la curiosità e lo spirito critico. “Se un bambino non cade mai, non imparerà mai a rialzarsi”, spiega, ricordando quanto l’errore, la delusione e persino il dolore siano passaggi essenziali nel percorso di crescita.

Il monologo tocca così molti dei nodi centrali della contemporaneità: la perdita dell’abitudine alla lettura, la difficoltà dei ragazzi nel sostenere il confronto e il dialogo, il rapporto con la tecnologia e con l’intelligenza artificiale, che rischia di sostituire non solo il lavoro, ma perfino il pensiero. “Io non ho paura di chi pensa”, confida Crepet, “ma di chi non lo fa più”.

Per lo psichiatra, il pericolo è evidente: una società che rinuncia a educare al pensiero critico diventa fragile, vulnerabile e facilmente adattabile a qualsiasi cambiamento imposto dall’esterno. È questo, in fondo, il senso più profondo del titolo dello spettacolo, che denuncia una rinuncia sempre più diffusa all’autonomia di giudizio.

Da qui l’insistenza sul valore della disciplina e della passione, considerate condizioni indispensabili per realizzare un sogno. Crepet cita sportivi e artisti che hanno costruito il proprio talento attraverso l’impegno quotidiano, la costanza e l’accettazione del rischio. “Se vuoi fare davvero qualcosa”, afferma, “ci vuole autodisciplina. Non deve essere qualcun altro a dirti cosa fare: devi capirlo tu”. E ancora: “Nessuno sogna la normalità. I sogni non sono mai banali”.

Il messaggio finale è un invito accorato alla responsabilità individuale e alla libertà di scegliere il proprio percorso. “Pensate con la vostra testa, anche quando è scomodo, anche fuori dalle logiche del consenso e dei like”, esorta i più giovani. “Perché il vero rischio, oggi, è smettere di farlo”. E conclude: “Una vita troppo protetta e priva di sfide non è davvero libertà, ma soltanto una forma più comoda di rinuncia”.

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