Intorno alle 10:30 (ora italiana) del 3 gennaio scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato, tramite il suo canale Truth, il pieno successo di un’operazione su larga scala condotta dagli Stati Uniti contro il Venezuela e il suo leader Nicolás Maduro – al governo ininterrottamente dal 2013 – sostenendo che Maduro sarebbe stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie, al termine di “un’azione necessaria per ristabilire la democrazia”.
L’evento ha innescato reazioni contrastanti: da un lato la gioia, a tratti incontenibile, di una parte della popolazione venezuelana, che ha festeggiato fino alle lacrime quello che molti definiscono il crollo del regime; dall’altro, il coro di proteste che in questi giorni risuona nelle piazze italiane, tornate a denunciare la violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli. Alla mobilitazione ha aderito anche Cesena, con la manifestazione promossa ieri, 9 gennaio, da Stop Rearm Europe contro l’offensiva militare dell’amministrazione statunitense.
A intervenire per fare chiarezza è Daniel Lovera, nato a Caracas e oggi residente a Cesenatico per motivi di lavoro, dove opera come chef nella cucina di un noto ristorante di Milano Marittima:
“Onestamente – afferma Daniel – faccio fatica a comprendere le ragioni di chi manifesta per quanto accaduto nel mio Paese. Posso assicurarvi che il 90% dei venezuelani, me compreso, piange di gioia nel vedere il regime di Maduro al tramonto, pur essendo consapevoli che l’intervento degli Stati Uniti per assicurarne la cattura avrà un costo, molto probabilmente in termini petroliferi”.
Lovera descrive con lucidità il dramma che, a suo dire, ha segnato il Venezuela, partendo dalla propria esperienza personale: “Sono un venezuelano che ha vissuto oltre vent’anni sotto una dittatura e che, a causa delle vicende politiche del Paese, è stato spinto dalla famiglia ad ottenere il passaporto colombiano della madre per lasciare la patria e cercare altrove un futuro migliore”.
“Provo un dolore profondo – dichiara con evidente sconforto – per essere cresciuto in una dittatura priva di libertà di espressione, in un contesto in cui i servizi essenziali, come energia elettrica e acqua, sono carenti su gran parte del territorio nazionale e l’insicurezza è una costante che colpisce da vicino la popolazione. L’economia – continua – ne ha inevitabilmente risentito e subisce da anni una svalutazione record: per rendere l’idea, dal 2000 a oggi la nostra valuta avrebbe perso oltre 14 zeri, con una svalutazione del 99,9%. L’inflazione, che ormai si misura persino su base settimanale, rende proibitivo perfino acquistare i beni di prima necessità”.
Ricorda inoltre che “i presidenti Hugo Chávez e Nicolás Maduro hanno espropriato circa 8 miliardi di dollari in infrastrutture americane operanti in Venezuela”: “Si trattava di imprese statunitensi – spiega – perché negli anni ’90 furono proprio gli americani a investire ingenti capitali, portando macchinari, competenze e infrastrutture indispensabili all’estrazione petrolifera. Questo trasformò una piccola nazione agricola in una potenza petrolifera. Il Venezuela – puntualizza – possiede tra le maggiori riserve di petrolio e minerali al mondo, che tuttavia sarebbero state per decenni depredate attraverso una sistematica svendita agli ‘alleati’ Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cuba”.
Conclude dicendosi “felice di intravedere finalmente la luce in fondo al tunnel”: “Speriamo che quel traguardo sia sempre più vicino e che si possa uscire da una dittatura che sembrava infinita. Siamo oltre 8 milioni di giovani venezuelani all’estero, non per scelta, ma perché spinti dalle necessità delle nostre famiglie e dal sogno di un futuro di libertà”.