Il referendum sulla Giustizia si è concluso con la definitiva bocciatura della riforma grazie a quasi il 54% dei consensi tra gli elettori, tornati a far registrare un’affluenza significativa.
Si tratta di un risultato che ha ribaltato bruscamente le previsioni iniziali e segnato una battuta d’arresto per il programma del Governo Meloni che la sosteneva.
A commentare l’esito referendario è l’ex magistrato Carlo Sorgi, per l’occasione coordinatore provinciale del Comitato della società civile per il No, che ripercorre le fasi della campagna e le ragioni della vittoria. Secondo Sorgi “il 23 marzo è stata una giornata lunghissima”, durante la quale il fronte del No ha visto progressivamente trasformarsi “uno spiraglio di luce” in una vittoria concreta.
Un risultato che definisce “straordinario” anche alla luce della disparità iniziale: infatti, “il fronte del Sì partiva da un vantaggio di 15 punti appena tre mesi fa, sicuro di confermare la riforma”. Un ruolo importante, sottolinea Sorgi, lo ha avuto la mobilitazione dal basso: “Non dimentichiamo la timidezza con cui è stata affrontata la campagna elettorale da parte di alcuni soggetti politici. L’iniziativa della raccolta firme è stata di cittadini, non dei partiti”, ricorda citando il giornalista Andrea Fabozzi.
Allo stesso tempo critica alcune scelte della maggioranza, a partire dalle limitazioni al voto per i fuori sede che avrebbero coinvolto circa 5 milioni di elettori. “Questo mancato rispetto delle prerogative democratiche – evidenzia – ha inciso soprattutto sul voto giovanile”, come confermato dai dati, secondo cui il 55% degli elettori tra i 18 e i 34 anni ha votato No, a salire nella fascia 18-28 fino al 58,5%.
L’ex magistrato denuncia anche un clima politico acceso e, talvolta, sopra le righe: “La maggioranza non si è fatta mancare nulla in termini di esasperazione dei toni”, afferma, per poi ricordare come “sia dovuto intervenire il Presidente Sergio Mattarella per richiamare il rispetto delle istituzioni”.
Critiche pure verso Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto presso il Ministero della Giustizia, e l’ex Sottosegretario Andrea Delmastro, ora entrambi dimessi, le cui posizioni vengono definite esempi di “leggerezza istituzionale” e al contempo “una manna dal cielo per il fronte del No”.
Sorgi sottolinea inoltre una copertura mediatica sbilanciata in favore del Sì, fatta eccezione per poche realtà editoriali, in seguito riequilibrata dall’elevata partecipazione al voto: “Quando ho visto l’affluenza così alta, le preoccupazioni sono aumentate. Poi la volontà popolare ci ha premiato”.
Entrando nel merito della riforma, Sorgi è netto: “Non era un problema di separazione delle carriere, ma un attacco all’assetto costituzionale che garantisce l’indipendenza della magistratura”. E aggiunge: “Interventi incisivi sulla Costituzione – osserva – non piacciono agli italiani, che tendono a difenderne l’impianto originario anche oltre le appartenenze politiche”, in linea con le analisi della politologa Nadia Urbinati. Ampio spazio viene dedicato al ruolo dei professionisti del Diritto (che ringrazia), in particolare gli avvocati del No: “Hanno difeso posizioni democratiche in un contesto ostile, rivelandosi fondamentali al fine di informare l’opinione pubblica”.
Invita la magistratura, invece, alla riflessione interna per una sana autocritica: “Non può più restare arroccata, ma deve uscire tra le persone, parlare con i cittadini e con i giovani. È stata una novità importante – prosegue Sorgi – vedere i magistrati fuori dal Palazzo di Giustizia a confrontarsi con i cittadini”.
Sul piano delle prospettive future, richiama le parole della giurista Giulia Locati: “Tutti sappiamo che la Giustizia va riformata, ma serve farlo seriamente: investimenti nel personale, una rete informatica adeguata, edilizia giudiziaria, semplificazione delle leggi e depenalizzazione”.
Infine, Sorgi chiude con una riflessione di carattere politico e culturale, richiamando l’eredità della Costituzione e le parole di Piero Calamandrei: “La amo per tre motivi – confida –: è chiara, guarda al futuro ed è nata dal sacrificio degli interessi di parte. Se sapremo ricordare questa lezione, potremo costruire qualcosa di importante per il Paese”. E conclude: “Oggi abbiamo fatto il primo passo, ma senza un progetto comune rischiamo di tornare indietro. La sfida è costruire il futuro partendo dai valori condivisi della Carta”.