7 Novembre, 2026 Cesenatico

Referendum sulla Giustizia: per l’ex giudice Sorgi “meglio dire No”

Si alza la voce dei professionisti in vista del referendum sulla Giustizia. Il dibattito pubblico sulla riforma costituzionale, in attesa del referendum confermativo indetto per il 22 e 23 marzo, coinvolge un numero crescente di operatori del sistema giudiziario che, sulla base della propria esperienza e competenza, scelgono di esprimere apertamente la propria posizione, talvolta fino ad assumere un ruolo di portavoce.

Nel territorio locale emerge, tra questi, il nome di Carlo Sorgi, autorevole ex magistrato e storico esponente di Magistratura Democratica che, per l’occasione, ricopre il ruolo di coordinatore provinciale del Comitato “Meglio dire No”, espressione di una parte della società civile contraria alla revisione.

Presidente Sorgi, nel corso della sua lunga esperienza in Magistratura Democratica si è distinto per la difesa dei valori originari della Costituzione. Alla luce di ciò, ritiene che la riforma sulla giustizia sia semplicemente inutile o che rappresenti un autentico pericolo?

«Personalmente interpreto la riforma come un serio attentato all’autodeterminazione della magistratura che, per Costituzione, è un ordine autonomo e indipendente. Un eventuale esito positivo del referendum comporterebbe lo scardinamento della tripartizione dei poteri, colpendo innanzitutto il CSM, che costituisce semmai un baluardo a garanzia dell’indipendenza dei magistrati».

Quali sarebbero le conseguenze concrete della riforma sulla magistratura e, di riflesso, sui cittadini?

«L’approvazione della riforma si tradurrebbe inevitabilmente in una magistratura meno libera, legata a doppio filo alla componente politica di maggioranza, con un cittadino meno tutelato. Inoltre, la riforma finirebbe per danneggiare soprattutto le fasce più fragili della popolazione, i cui diritti verrebbero sensibilmente indeboliti».

Paesi come Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Australia, spesso considerati modelli di riferimento, adottano da tempo la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti. Perché, in questo caso, non si può affermare lo stesso?

«Ogni Paese ha una storia diversa, che ha condizionato le scelte del passato e confluisce nel presente. L’Italia del secondo dopoguerra, reduce dal fascismo, non poteva che optare per questo modello, che peraltro molte magistrature europee hanno sempre guardato con interesse. In più, gli Stati Uniti non possono rappresentare, almeno oggi, un esempio da seguire: la realtà dei fatti lo dimostra».

Tra i punti cardine, la riforma introdurrebbe l’Alta Corte disciplinare per la magistratura, che sostituirebbe l’omonima sezione del CSM. Concorda con la scelta di affidare il giudizio sugli illeciti dei magistrati a un organismo esterno e indipendente?

«L’assetto attuale del CSM svolge già proficuamente questa funzione; l’Alta Corte disciplinare, per come è stata presentata, appare utile soprattutto a intimidire i giudici. Si punta evidentemente ad avere magistrati più “prevedibili”, spostando altrove la funzione disciplinare per favorire un maggiore controllo politico sui procedimenti».

Assodato il suo dissenso rispetto alla revisione in esame, quali innovazioni proporrebbe per rendere la giustizia italiana più efficiente?

«In primo luogo auspico un finanziamento consistente per un miglioramento concreto della giustizia, così come mi auguro sinceramente per la sanità. Suggerirei poi l’istituzione di collegi elettorali ristretti per l’elezione dei membri del CSM e la reintroduzione dell’anzianità di servizio come unico criterio per le nomine».

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